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L’ambiziosa
sfida lanciata solo meno di un anno fa da Google per la
realizzazione della prima Biblioteca digitale universale si è
arenata. La supercorazzata di Mountain View è finita
sulle secche del diritto d’autore, e non le sarà per niente
facile venirne fuori.
Ma
non si tratta proprio di una sorpresa. Già all’indomani della
presentazione di “Google Print” da più parti erano stati
sollevati forti dubbi per la poca chiarezza del progetto proprio
riguardo la scottante questione del copyright. Dei previsti milioni
di libri da digitalizzare e mettere online, messi a disposizione
dalle biblioteche aderenti al progetto, una cospicua parte
risultava, infatti, pubblicata dopo il 1920 e quindi ancora soggetta alla
proprietà intellettuale. E riguardo questo materiale, Google
indicava come soluzione un non meglio precisato accesso parziale
tramite abstract o pagine esempio, ma in ogni caso ne confermava la
completa digitalizzazione.
Procedimento
che ha scatenato le reazioni degli
autori e degli editori. L’Authors Guild, sindacato che difende più
di 8 mila scrittori americani, non ha perso tempo a sporgere denuncia contro la web company per violazione delle norme che
regolano i diritti d’autore. Nick Taylor, presidente del
sindacato, ha tuonato: “non spetta a Google e né a nessun
altro, se non agli autori, legittimi proprietari dei loro diritti,
di decidere se e come le loro opere debbano essere riprodotte”.
Mentre Patricia Schroeder, per l’associazione degli editori
americani, ha sentenziato: “la procedura di Google trasferisce
la responsabilità del prevenire abusi da chi possiede il diritto
d’autore all’utente finale, provocando così uno stravolgimento
dei principi alla base delle leggi sulla proprietà intellettuale...”.
Google, dalla sua, è subito corso ai ripari cercando di ridefinire
con maggiore esattezza la sua policy, dichiarando che: “non
verrà presentata alcuna pagina di lavori protetti a meno che
l’autore o il detentore del diritto non abbia espressamente
acconsentito...”. Ma ai più, e soprattutto ai diretti
interessati, è parsa una correzione di rotta insufficiente e
tardiva. Anche perché, nel frattempo, la lotta per il controllo
dell’appetibile e strategico settore del “Web letterario” ha
visto l’entrata in lizza di un’altra supercorazzata della Rete:
Yahoo! che, insieme all’Internet Archive, a Hewlett-Packard, ad
Adobe System e alle biblioteche delle Università della California e
di Toronto, ha messo in pista l’archivio digitale “Open Content Alliance (OCA)”.
Una
vera e propria sfida lanciata alla Biblioteca universale digitale di
Google, e non tanto a suon di libri, anche se il progetto si
presenta al nastro di partenza con una prima nutrita trance
per la digitalizzazione forte di 18 mila titoli, tutti tratti dai
classici della letteratura angloamericana,
quanto rispetto alla strategia da adottare per non ritrovarsi
poi nella stessa situazione di Google. Insomma, come ha spiegato
David Mandelbrot vice presidente e general manager di Yahoo!, la
formula di sicuro successo starebbe nel rispettare le esigenze degli
autori e degli editori. L’OCA digitalizzerà oltre ai i libri di
pubblico dominio (cioè quelli non più coperti da diritto
d’autore) soltanto quelli per i quali arriverà un’esplicita
autorizzazione dagli aventi diritto. E le prime risposte a questo
tipo di strategia non potevano essere più confortanti, a cominciare
dalla benedizione dell’associazione editori americani che ha
definito le linee guida del progetto OCA: “un approccio veramente
incoraggiante alla questione della proprietà intellettuale”.
In
pratica, la sfida ormai in corso tra Google e Yahoo! per la
Biblioteca digitale universale, più che sul Web, la tecnologia e le
opere letterarie, si gioca e si giocherà intorno all’intrigato
problema dei diritti d’autore.
E
per mettere un po’ in chiaro una questione così controversa, ed
in particolare fare il punto sull’aspetto in questione, e cioè la
difficile coesistenza tra diffusione delle nuove tecnologie, accesso
alla cultura e attuale regime sulla produzione e controllo dei beni
immateriali, può essere valido
aiuto la lettura di un agile volumetto di recente stampa, di sole
139 pagine, edito da DeriveApprodi:
“Il buon uso della pirateria. Proprietà intellettuale e
libero accesso nell’ecosistema della conoscenza” di Latrive
Florent, giornalista di “Liberation” esperto in software libero
e reti.
L’autore
ha il merito anzitutto di svelare quello che si nasconde dietro la
battaglia sulla difesa della proprietà intellettuale, toccando
tutti gli argomenti più scottanti: brevetti sui medicinali, scambio
peer-to-peer ecc. E lo fa, ricordandoci che, come sostiene il nobel
per l’economia Joseph Stiglitz,
la proprietà intellettuale non è una legge di natura ma
una legge creata dagli uomini per promuovere obiettivi sociali.
E che confonderla, come spesso accade, con la proprietà fisica è
un errore perché la proprietà intellettuale si è affermata come
una sorta di comproprietà che appartiene a chi l’ha creata e al
pubblico al quale è destinata. Ma oggi, è oggetto di una
controriforma che ha fatto saltare questo delicato equilibrio. Per
cui: privatizzazione delle conoscenza, controllo sulla cultura.
La logica è quella del mercato totale. La vulgata neoliberista ha
promosso l’iniziativa privata come prima condizione d’efficienza
economica, mentre la gestione pubblica porta solo allo spreco e allo
sperpero. Questo
pensiero unico è stato applicato anche all’immateriale come se il
patrimonio comune dei saperi e della cultura fossero un’escrecenza
collettivistica all’interno di un mondo dominato dal mercato. Ci
sarebbe da preoccuparsi, continua Latrive, se questo
imponente fenomeno non portasse, per converso, ad un allargamento
sempre maggiore della gratuità e della cooperazione, facilitato dai
progressi tecnologici. Per fortuna, anche
nell’immediato ci sono margini d’intervento e soluzioni
già praticabili: una maggiore qualità nei brevetti rilasciati, un
diritto d’autore più breve, l’uso della licenza obbligatoria
ecc. E poi più sostegno e spazio alle iniziative di open source,
copyleft e Creative Commons. Tenendo ben saldi un paio di principi
lasciateci da due eminenti uomini del passato: …un’idea è un
bene pubblico puro (Thomas Jefferson) e …il libro, in
quanto tale, appartiene all’autore, ma in quanto pensiero
appartiene al genere umano (Victor Hugo). Parole su cui autori,
editori, Google e Yahoo! potrebbero
fermarsi, magari insieme, un attimo a riflettere. |
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