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MultiMedia 31 gennaio 2006 n. 6 
la biblioteca digitale di google crolla sotto il peso del diritto d'autore
di Fabio Di Giammarco

L’ambiziosa sfida lanciata solo meno di un anno fa da Google per la realizzazione della prima Biblioteca digitale universale si è arenata. La supercorazzata di Mountain View è  finita sulle secche del diritto d’autore, e non le sarà per niente facile venirne fuori.

Ma non si tratta proprio di una sorpresa. Già all’indomani della presentazione di “Google Print” da più parti erano stati sollevati forti dubbi per la poca chiarezza del progetto proprio riguardo la scottante questione del copyright. Dei previsti milioni di libri da digitalizzare e mettere online, messi a disposizione dalle biblioteche aderenti al progetto, una cospicua parte risultava, infatti,  pubblicata dopo il 1920 e quindi ancora soggetta alla proprietà intellettuale. E riguardo questo materiale, Google indicava come soluzione un non meglio precisato accesso parziale tramite abstract o pagine esempio, ma in ogni caso ne confermava la completa digitalizzazione.

Procedimento che ha scatenato le reazioni  degli autori e degli editori. L’Authors Guild, sindacato che difende più di 8 mila scrittori americani, non ha perso tempo a sporgere  denuncia contro la web company per violazione delle norme che regolano i diritti d’autore. Nick Taylor, presidente del sindacato, ha tuonato: “non spetta a Google e né a nessun altro, se non agli autori, legittimi proprietari dei loro diritti, di decidere se e come le loro opere debbano essere riprodotte”.  Mentre Patricia Schroeder, per l’associazione degli editori americani, ha sentenziato: “la procedura di Google trasferisce la responsabilità del prevenire abusi da chi possiede il diritto d’autore all’utente finale, provocando così uno stravolgimento dei principi alla base delle leggi sulla proprietà intellettuale...”. Google, dalla sua, è subito corso ai ripari cercando di ridefinire con maggiore esattezza la sua policy, dichiarando che: “non verrà presentata alcuna pagina di lavori protetti a meno che l’autore o il detentore del diritto non abbia espressamente acconsentito...”. Ma ai più, e soprattutto ai diretti interessati, è parsa una correzione di rotta insufficiente e tardiva. Anche perché, nel frattempo, la lotta per il controllo dell’appetibile e strategico settore del “Web letterario” ha visto l’entrata in lizza di un’altra supercorazzata della Rete: Yahoo! che, insieme all’Internet Archive, a Hewlett-Packard, ad Adobe System e alle biblioteche delle Università della California e di Toronto, ha messo in pista  l’archivio digitale “Open Content Alliance (OCA)”.

Una vera e propria sfida lanciata alla Biblioteca universale digitale di Google, e non tanto a suon di libri, anche se il progetto si presenta al nastro di partenza con una prima nutrita trance per la digitalizzazione forte di 18 mila titoli, tutti tratti dai classici della letteratura angloamericana,  quanto rispetto alla strategia da adottare per non ritrovarsi poi nella stessa situazione di Google. Insomma, come ha spiegato David Mandelbrot vice presidente e general manager di Yahoo!, la formula di sicuro successo starebbe nel rispettare le esigenze degli autori e degli editori. L’OCA digitalizzerà oltre ai i libri di pubblico dominio (cioè quelli non più coperti da diritto d’autore) soltanto quelli per i quali arriverà un’esplicita autorizzazione dagli aventi diritto. E le prime risposte a questo tipo di strategia non potevano essere più confortanti, a cominciare dalla benedizione dell’associazione editori americani che ha definito le linee guida del progetto OCA: “un approccio veramente incoraggiante alla questione della proprietà intellettuale”.

In pratica, la sfida ormai in corso tra Google e Yahoo! per la Biblioteca digitale universale, più che sul Web, la tecnologia e le opere letterarie,  si gioca e si giocherà intorno all’intrigato  problema dei diritti d’autore.

E per mettere un po’ in chiaro una questione così controversa, ed in particolare fare il punto sull’aspetto in questione, e cioè la difficile coesistenza tra diffusione delle nuove tecnologie, accesso alla cultura e attuale regime sulla produzione e controllo dei beni immateriali, può essere  valido aiuto la lettura di un agile volumetto di recente stampa, di sole 139 pagine, edito da DeriveApprodi:  Il buon uso della pirateria. Proprietà intellettuale e libero accesso nell’ecosistema della conoscenza” di Latrive Florent, giornalista di “Liberation” esperto in software libero e reti.

L’autore ha il merito anzitutto di svelare quello che si nasconde dietro la battaglia sulla difesa della proprietà intellettuale, toccando tutti gli argomenti più scottanti: brevetti sui medicinali, scambio peer-to-peer ecc. E lo fa, ricordandoci che, come sostiene il nobel per l’economia Joseph Stiglitz,  la proprietà intellettuale non è una legge di natura ma una legge creata dagli uomini per promuovere obiettivi sociali. E che confonderla, come spesso accade, con la proprietà fisica è un errore perché la proprietà intellettuale si è affermata come una sorta di comproprietà che appartiene a chi l’ha creata e al pubblico al quale è destinata. Ma oggi, è oggetto di una controriforma che ha fatto saltare questo delicato equilibrio. Per cui: privatizzazione delle conoscenza, controllo sulla cultura. La logica è quella del mercato totale. La vulgata neoliberista ha promosso l’iniziativa privata come prima condizione d’efficienza economica, mentre la gestione pubblica porta solo allo spreco e allo sperpero.  Questo pensiero unico è stato applicato anche all’immateriale come se il patrimonio comune dei saperi e della cultura fossero un’escrecenza collettivistica all’interno di un mondo dominato dal mercato. Ci sarebbe da preoccuparsi, continua Latrive, se questo imponente fenomeno non portasse, per converso, ad un allargamento sempre maggiore della gratuità e della cooperazione, facilitato dai progressi tecnologici. Per fortuna, anche  nell’immediato ci sono margini d’intervento e soluzioni già praticabili: una maggiore qualità nei brevetti rilasciati, un diritto d’autore più breve, l’uso della licenza obbligatoria ecc. E poi più sostegno e spazio alle iniziative di open source, copyleft e Creative Commons. Tenendo ben saldi un paio di principi lasciateci da due eminenti uomini del passato: …un’idea è un bene pubblico puro (Thomas Jefferson) e …il libro, in quanto tale, appartiene all’autore, ma in quanto pensiero appartiene al genere umano (Victor Hugo). Parole su cui autori, editori, Google e Yahoo!  potrebbero fermarsi, magari insieme, un attimo a riflettere. 

 

 

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