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All’epoca
di Piazza Tiananmen, il 13 giugno di sedici anni fa, la censura
cinese si mostrò implacabile: escluse poche immagini e poche
frammentarie notizie, null’altro arrivò al mondo sui quei fatti
tragici, e tuttora persiste un impenetrabile muro intorno
all’episodio. Nel 1989 il controllo dei mezzi d’informazione
interni da parte dell’autorità di Pechino era pressoché totale,
e lo era grazie al fatto che ancora non avevano fatto la loro
comparsa sulla scena i nuovi media globali: il satellite, ma
soprattutto Internet. E oggi, qual è la situazione? Cosa accadrebbe
al ripetersi di circostanze analoghe a quelle di Piazza Tiananmen?
Per fortuna, non lo sappiamo. Ma sappiamo con certezza che la
censura cinese, ben lungi dall’aver mai mollato la presa, come
dimostra tutta la sua storia dal 1949 (avvento del comunismo) in
poi, si è sempre tenuta pronta attrezzandosi ad ogni mutamento
degli scenari. E un passaggio difficile l’ha dovuto affrontare
proprio in tempi recenti, quando i cambiamenti prodotti dalla
diffusione delle reti informatiche e soprattutto dagli ininterrotti
flussi di informazioni online convogliati dalle stesse, si sono
rivelati di tale inimmaginabile portata da irretire le tradizionali
strutture e pratiche di controllo inducendo le autorità di Pechino
a gettarsi in una sfida ciclopica: investire, in fretta e furia,
milioni di dollari in queste nuove tecnologie, facendo spesa
presso le grandi corporation americane del settore come Sun
Microsystem, Cisco System, Microsoft ecc., con lo
scopo di mettere al più presto in piedi un sistema in grado di
filtrare, sorvegliare e censurare tutta quell’area di Internet,
corrispondente a circa 134 milioni di utenti, iscritta nel
territorio della Repubblica Popolare Cinese.
Anche
se tecnologicamente sofisticato e pervasivo, basato com’è su una
molteplicità di punti di filtraggio dislocati dinamicamente lungo
le dorsali e gli host della Rete e corrispondenti a
particolari tipi di router, firewall e proxy
tutti sotto il controllo e la gestione, grazie anche
all’indispensabile ed interessato aiuto fornito in particolare
dalla Cisco system, dallo Stato, il sistema ha, tuttavia,
alle sue spalle una filosofia antica e rituale della censura, vale a
dire quella di ricercare ossessivamente, in questo caso nel mare
magnum di parole che è il Web, tutti quei segni scritti
riconosciuti come “sovversivi” dall’ortodossia dominante, cioè
quella del PCC (Partito Comunista Cinese).
Le
parole “proibite” identificate, sia in cinese che in inglese,
dai filtri ammontano a migliaia. La lista di proscrizione è,
ovviamente, segreta. Tuttavia, grazie ad intraprendenti hacker
cinesi e all’ONI - OpenNet Iniziative (www.opennetinitiative.net),
organizzazione che da tempo indaga sui sistemi di sorveglianza e
censura su Internet, se ne conoscono le principali. Quando gli
utenti dell’Internet cinese, sia nell’inserimento di un
indirizzo web sia impostando una ricerca, digitano parole, o
combinazioni di parole, come Tibet, indipendenza, Tawain, strage,
Tiananmen, Falun Gong, Dalai Lama, democrazia, diritti umani, nove
commentari sul partito comunista, i nomi dei leader del partito,
libertà, sesso ecc., scattano i blocchi.
Tutti i siti relativi alle parole “incriminate” diventano
irraggiungibili e la risposta del sistema è generalmente un “404
error”, vale a dire la pagina richiesta non esiste. Invece per
le news, il regime, per non rischiare qualche clamorosa
svista, ha addirittura preferito affidarsi al “blocco totale e
preventivo”: i grandi portali informativi, sia non governativi che
occidentali, quali Epoch Times, Tapei Times, BBC,
The Voice of America ecc. (ma stranamente non la CNN),
risultano permanentemente non disponibili.
Una
particolare attenzione è stata poi riservata al fenomeno dei blog,
una forma d’espressione personale in Internet sempre più diffusa
che per la sua incisività desta grandi preoccupazioni. Nel
tentativo di mettere anche questo settore, che ormai conta centinaia
di migliaia di bloggers e alcuni, popolarissimi blog
provider, sotto
stretto controllo, è
stata messa a punto una specifica griglia di filtraggio basata,
secondo la scoperta fatta nell’agosto del 2004 da alcuni hacker
cinesi, su una lista di 987 parole e su una serie di contromisure,
nel caso di intercettazione, ad effetto immediato: impedimento a
completare i post, lancio di finestre pop-up
d’allerta o sostituzione automatica delle parole vietate con
caratteri asterisco.
Il
regime poi con l’intento di aumentare la pressione, anche
psicologica, sugli utenti di Internet, incrementando nello stesso
tempo il livello generale di censura, ha dispiegato, a sostegno
dell’infrastruttura tecnologica di filtraggio e sorveglianza, una
soffocante cappa di leggi, norme, codicilli ecc. La legislazione
restrittiva su Internet ha, difatti, conosciuto dal 2000 in poi, un
forte impulso. Le sanzioni per gli innumerevoli reati informatici
previsti dai codici sono ormai severissime: si va dalla detenzione
sino, nei casi più gravi di violazione, come la diffusione per
mezzo di Internet di segreti di Stato, alla pena capitale. Secondo Reporters
sans frontieres, non meno di una sessantina sono i cinesi
attualmente in carcere per aver pubblicato online materiale ritenuto
sovversivo.
Malgrado
le proteste che si levano da varie parti del mondo e che si
esprimono soprattutto in Internet attraverso svariate iniziative di
cyber- dissidenza, tra cui il progetto “Adopt a blog” per
ospitare sui blogger del mondo libero tutti blog cinesi censurati,
il regime cinese sembra proseguire dritto per la propria strada.
L’OpenNet Iniziative ha sottolineato, con preoccupazione,
la volontà mostrata dalla Cina, nell’ultimo World Summit of the
Information Society, non solo di difendere il proprio sistema di
filtraggio e censura ma perfino di volerlo proporre come modello ad
altri paesi emergenti. E’ evidente, ha concluso l’ONI, che tutto
questo non potrà che avere pericolose conseguenze per l’assetto
dell’intera Internet e per la libertà di tutti i suoi utenti. |
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