|
Lo
stupore del turista italiano si apre in un largo sorriso
quando varca la soglia del suo primo museo londinese: entrata
gratuita. A Londra l’ingresso, alla stragrande maggioranza
dei musei, è gratis e affidato al buon cuore del visitatore,
invitato all’entrata a versare un obolo. Questa è la
politica culturale britannica - secondo una filosofia di età
vittoriana -, la cultura e la storia sono un bene pubblico e
come tale deve essere tutelato e messo a disposizione,
soprattutto, dei meno abbienti. Lo stesso turista stupisce
all’esposizione della Costituzione statunitense
nell’Archivio nazionale: due guardie armate in onore della
Carta custodita in una teca di vetro. Di fronte a tanta cura
per la memoria, potrebbe nascere un interrogativo. Qual è la
nazione al mondo con il patrimonio culturale più cospicuo? La
risposta: l’Italia, detentrice del primato, soprattutto, per
il suo patrimonio documentario. L’Italia, il paese dove,
seguendo una spirale discendente, il bene anche culturale
esiste per essere sfruttato; dove con le ultime finanziarie
sono stati effettuati tagli spaventosi ai finanziamenti per la
cultura e la sua tutela (fino al 70% per gli archivi di
Stato); il paese in cui la salvaguardia della memoria,
rappresentata primariamente dagli archivi statali e non, è
affidata a poche centinaia di archivisti attivi nelle
strutture pubbliche per i quali non è garantito alcun turn
over, perché sono decenni che non viene bandito un concorso
d’assunzione. Il paese, infine dove il 25%
degli studenti esce semi analfabeta dalle scuole
medie. La memoria di uno stato è rappresentata dagli atti
ufficiali che ne testimoniano la vita, l’attività; la
memoria, al cui servizio non vengono messe risorse, né umane
né economiche. Siamo un paese destinato a una irreversibile
amnesia. Siamo però anche un paese che sta attraversando
un’innegabile difficoltà economica e l’opinione pubblica
tarda a cogliere i segnali del decadimento di una civiltà.
Quale valore dare a un muro che crolla al Palatino a Roma,
all’istituzione di un archivio storico della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, per il quale non è garantita alcuna
possibilità di accesso agli studiosi, quando molti italiani
faticano a fare la spesa per l’intero mese o stentano a
mantenersi un posto di lavoro, facendo lo slalom tra mobilità,
fallimenti e cassa integrazione? Prima di rispondere
all’interrogativo è forse il caso di andare ai fatti. Nel
1953 è stato fondato l’Archivio Centrale dello Stato (ACS),
il centro di raccolta della memoria della nostra nazione. Ogni
organo centrale dello Stato è obbligato, per legge, a versare
i propri archivi storici all’ACS che, con le proprie
strutture e il personale specializzato, provvede al riordino
(dove richiesto) e inventariazione dei fondi documentari
ceduti permanentemente ai suoi depositi. Dal 1953 si è quindi
progressivamente costituito l’archivio storico dello Stato
italiano, informazioni e testimonianze alle quali gli studiosi
possono liberamente accedere e divulgare attraverso le loro
pubblicazioni; il luogo istituzionale dove, tra gli altri,
sono conservati e tutelati gli archivi del ventennio fascista,
dove è stata versata la documentazione del ministero degli
interni (attività completata nel 1969), dove è conservata la
copia originale della nostra Costituzione. Uniche eccezioni
gli archivi del Ministero degli Esteri e quelli degli “stati
maggiori” (Presidenza della Repubblica, Parlamento - Senato
e Camera dei deputati- e Corte costituzionale). Fino allo
scorso 17 agosto quando un Parlamento decimato dalle
incipienti vacanze ha approvato la legge n. 168/2005
. Il testo di legge prevede l’istituzione dell’archivio
storico della Presidenza del Consiglio, e stabilisce che
l’accesso agli atti sarà regolamentato dal Presidente del
consiglio di turno invece che dalla normativa in vigore in
materia di beni culturali. Ancora una volta la Presidenza del
consiglio ha palesato le proprie mire presidenzialiste ma
anche mostrato di avere segreti da nascondere. Troppe le
anomalie che hanno fatto traboccare il vaso. Storici e
archivisti hanno finalmente alzato e unito le voci
denunciando, in un crescendo di polemiche, l’ennesima
decisione governativa contraria alla salvaguardia della nostra
storia. Il primo in ordine di tempo è stato Ernesto
Galli della Loggia, seguito dalla significativa
iniziativa dell’ANAI,
che ha riunito a Roma gli archivisti italiani (in verità in
numero esiguo) e ha prodotto sia una proposta di abrogazione
della legge che un appello agli studiosi. Un appello perché
se leggi come la n. 168/2005 possono esistere è solo perché
storici, archivisti e in generale gli italiani immuni
dall’ipnotismo dei reality show, lo hanno permesso. Amnesia
storica, analfabetismo di ritorno, controllo sulla televisione
e potenzialmente sull’informazione, elementi che si sommano
al disagio economico. Indizi che hanno già ispirato orwelliane
visioni di un futuro senza speranza. Un futuro che noi
dobbiamo alterare perché la storia, è noto, siamo noi. |