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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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MultiMedia 24 novembre 2005  n. 4
l'amnesia di uno stato
di Giulia Mezzabarba

Lo stupore del turista italiano si apre in un largo sorriso quando varca la soglia del suo primo museo londinese: entrata gratuita. A Londra l’ingresso, alla stragrande maggioranza dei musei, è gratis e affidato al buon cuore del visitatore, invitato all’entrata a versare un obolo. Questa è la politica culturale britannica - secondo una filosofia di età vittoriana -, la cultura e la storia sono un bene pubblico e come tale deve essere tutelato e messo a disposizione, soprattutto, dei meno abbienti. Lo stesso turista stupisce all’esposizione della Costituzione statunitense nell’Archivio nazionale: due guardie armate in onore della Carta custodita in una teca di vetro. Di fronte a tanta cura per la memoria, potrebbe nascere un interrogativo. Qual è la nazione al mondo con il patrimonio culturale più cospicuo? La risposta: l’Italia, detentrice del primato, soprattutto, per il suo patrimonio documentario. L’Italia, il paese dove, seguendo una spirale discendente, il bene anche culturale esiste per essere sfruttato; dove con le ultime finanziarie sono stati effettuati tagli spaventosi ai finanziamenti per la cultura e la sua tutela (fino al 70% per gli archivi di Stato); il paese in cui la salvaguardia della memoria, rappresentata primariamente dagli archivi statali e non, è affidata a poche centinaia di archivisti attivi nelle strutture pubbliche per i quali non è garantito alcun turn over, perché sono decenni che non viene bandito un concorso d’assunzione. Il paese, infine dove il 25% degli studenti esce semi analfabeta dalle scuole medie. La memoria di uno stato è rappresentata dagli atti ufficiali che ne testimoniano la vita, l’attività; la memoria, al cui servizio non vengono messe risorse, né umane né economiche. Siamo un paese destinato a una irreversibile amnesia. Siamo però anche un paese che sta attraversando un’innegabile difficoltà economica e l’opinione pubblica tarda a cogliere i segnali del decadimento di una civiltà. Quale valore dare a un muro che crolla al Palatino a Roma, all’istituzione di un archivio storico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per il quale non è garantita alcuna possibilità di accesso agli studiosi, quando molti italiani faticano a fare la spesa per l’intero mese o stentano a mantenersi un posto di lavoro, facendo lo slalom tra mobilità, fallimenti e cassa integrazione? Prima di rispondere all’interrogativo è forse il caso di andare ai fatti. Nel 1953 è stato fondato l’Archivio Centrale dello Stato (ACS), il centro di raccolta della memoria della nostra nazione. Ogni organo centrale dello Stato è obbligato, per legge, a versare i propri archivi storici all’ACS che, con le proprie strutture e il personale specializzato, provvede al riordino (dove richiesto) e inventariazione dei fondi documentari ceduti permanentemente ai suoi depositi. Dal 1953 si è quindi progressivamente costituito l’archivio storico dello Stato italiano, informazioni e testimonianze alle quali gli studiosi possono liberamente accedere e divulgare attraverso le loro pubblicazioni; il luogo istituzionale dove, tra gli altri, sono conservati e tutelati gli archivi del ventennio fascista, dove è stata versata la documentazione del ministero degli interni (attività completata nel 1969), dove è conservata la copia originale della nostra Costituzione. Uniche eccezioni gli archivi del Ministero degli Esteri e quelli degli “stati maggiori” (Presidenza della Repubblica, Parlamento - Senato e Camera dei deputati- e Corte costituzionale). Fino allo scorso 17 agosto quando un Parlamento decimato dalle incipienti vacanze ha approvato la legge n. 168/2005 . Il testo di legge prevede l’istituzione dell’archivio storico della Presidenza del Consiglio, e stabilisce che l’accesso agli atti sarà regolamentato dal Presidente del consiglio di turno invece che dalla normativa in vigore in materia di beni culturali. Ancora una volta la Presidenza del consiglio ha palesato le proprie mire presidenzialiste ma anche mostrato di avere segreti da nascondere. Troppe le anomalie che hanno fatto traboccare il vaso. Storici e archivisti hanno finalmente alzato e unito le voci denunciando, in un crescendo di polemiche, l’ennesima decisione governativa contraria alla salvaguardia della nostra storia. Il primo in ordine di tempo è stato Ernesto Galli della Loggia, seguito dalla significativa iniziativa dell’ANAI, che ha riunito a Roma gli archivisti italiani (in verità in numero esiguo) e ha prodotto sia una proposta di abrogazione della legge che un appello agli studiosi. Un appello perché se leggi come la n. 168/2005 possono esistere è solo perché storici, archivisti e in generale gli italiani immuni dall’ipnotismo dei reality show, lo hanno permesso. Amnesia storica, analfabetismo di ritorno, controllo sulla televisione e potenzialmente sull’informazione, elementi che si sommano al disagio economico. Indizi che hanno già ispirato orwelliane visioni di un futuro senza speranza. Un futuro che noi dobbiamo alterare perché la storia, è noto, siamo noi.

 

 

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