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costruzione di una grande muraglia informatica intorno
alla internet cinese, voluta dal governo di Pechino
per tenerla sotto costante controllo impedendo la circolazione
dei contenuti sgraditi al regime, vede impegnate, su
vari fronti, le principali big company statunitensi
della Rete: Sun Microsystem, Cisco System, Microsoft,
Google ecc., tutte molto più interessate a non
lasciarsi scappare un mercato alquanto appetitoso, già
oltre i 100 milioni di utenti, che farsi carico, non
dico di una missione “stile neocon” di esportare la
democrazia nel mondo, ma almeno di un qualche problema
etico rispetto ad una conclamata e sistematica imposizione
della censura. Di conseguenza, pochi scrupoli e stesso
obiettivo: avanti, a tutta birra, alla conquista dell’impero
celeste in versione on line. Se non fosse che in questa
competizione tra colossi sopraggiunge la zampata di
Google, come al solito insuperabile nel ribadire la
sua leadership nel comparto search engines. E così,
a circa un paio d’anni dall’inizio della “campagna asiatica”,
e dopo aver anche acquisito una quota azionaria del
diretto concorrente cinese “Baidu”, è arrivato
“Google.cn”, versione cinese (mandarina) del motore
di ricerca sempre più numero uno al mondo. Ma
subito proteste e polemiche non si sono fatte attendere.
Già in precedenza attaccato, dalla comunità
on line, per aver supinamente accettato, come “Google.com”,
i filtri di Stato richiesti da Pechino, il rilascio
della “versione cinese” è stato visto come definitiva
conferma del sacrificio d’ogni principio libertario
sull’altare del dio profitto. Addirittura, il “Cult
of the Dead Cow”, famoso gruppo di hacker americani,
per rimarcare meglio ciò, ha coniato provocatoriamente
un nuovo logo: “Goolag” (www.cultdeadcow.com/archives/2006/02/cdc_launches_global_.php3)
che oltre ad alludere ai famigerati campi di lavoro
forzato della Russia sovietica, recita esplicitamente
nel sottotitolo: per esportare la censura, una ricerca
dopo l’altra. Nel tentativo di rispondere soprattutto
agli attacchi provenienti dalla stampa internazionale,
la società di Mountain View, attraverso il suo
amministratore delegato Eric Schmidt, si è difesa
trincerandosi dietro un “meglio esserci in Cina anche
con delle restrizioni che non esserci”, vale a dire:
meglio accettare qualche compromesso e rimuovere alcuni
risultati che rinunciare alla mission di Google di portare
le informazioni ovunque nel mondo. Detto questo, i tanto
temuti filtri governativi introdotti con Google.cn (per
comparare Google cinese e Google americano: http://homer.informatics.indiana.edu/censearchip/)
, al momento, lasciano alquanto perplessi: alla prova
dei fatti, il sistema di censura on line sembra somigliare
di più ad un colabrodo che ad una muraglia. Infatti,
da test eseguiti da Punto Informatico, la più
importante rivista on line italiana dedicata ad internet,
risulta che usando un po’ di fantasia nelle ricerche
è possibile scavalcare, con una certa facilità,
i blocchi approntati dal Google mandarino. Ad esempio,
le funzioni di ricerca in pinyin, la traslitterazione
in caratteri latini del mandarino ideografico, permettono
di impostare ricerche sfruttando stringhe testuali in
inglese con esiti diametralmente contrari agli intendimenti
della censura: comparsa di notizie ritenute fuorilegge
su Tawain, Tibet, atrocità commesse sotto Mao
Zedong ecc. Insomma, conclude Punto Informatico, sarebbe
davvero strano che tutto questo fosse semplicemente
frutto di una svista. Probabilmente la muraglia, ancora
nella fase di completamento, presenta più di
una breccia. Ma, è altrettanto probabile che
i censori cinesi e Google stiano lavorando alacremente
per risolvere a più presto lo “spiacevole” problema.
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