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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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MultiMedia 30 aprile 2006 n. 8
INTERNET CINESE E CENSURA: GOOGLE MANDARINO
di Fabio Di Giammarco
ricerca con google

La costruzione di una grande muraglia informatica intorno alla internet cinese, voluta dal governo di Pechino per tenerla sotto costante controllo impedendo la circolazione dei contenuti sgraditi al regime, vede impegnate, su vari fronti, le principali big company statunitensi della Rete: Sun Microsystem, Cisco System, Microsoft, Google ecc., tutte molto più interessate a non lasciarsi scappare un mercato alquanto appetitoso, già oltre i 100 milioni di utenti, che farsi carico, non dico di una missione “stile neocon” di esportare la democrazia nel mondo, ma almeno di un qualche problema etico rispetto ad una conclamata e sistematica imposizione della censura. Di conseguenza, pochi scrupoli e stesso obiettivo: avanti, a tutta birra, alla conquista dell’impero celeste in versione on line. Se non fosse che in questa competizione tra colossi sopraggiunge la zampata di Google, come al solito insuperabile nel ribadire la sua leadership nel comparto search engines. E così, a circa un paio d’anni dall’inizio della “campagna asiatica”, e dopo aver anche acquisito una quota azionaria del diretto concorrente cinese “Baidu”, è arrivato “Google.cn”, versione cinese (mandarina) del motore di ricerca sempre più numero uno al mondo. Ma subito proteste e polemiche non si sono fatte attendere. Già in precedenza attaccato, dalla comunità on line, per aver supinamente accettato, come “Google.com”, i filtri di Stato richiesti da Pechino, il rilascio della “versione cinese” è stato visto come definitiva conferma del sacrificio d’ogni principio libertario sull’altare del dio profitto. Addirittura, il “Cult of the Dead Cow”, famoso gruppo di hacker americani, per rimarcare meglio ciò, ha coniato provocatoriamente un nuovo logo: “Goolag” (www.cultdeadcow.com/archives/2006/02/cdc_launches_global_.php3) che oltre ad alludere ai famigerati campi di lavoro forzato della Russia sovietica, recita esplicitamente nel sottotitolo: per esportare la censura, una ricerca dopo l’altra. Nel tentativo di rispondere soprattutto agli attacchi provenienti dalla stampa internazionale, la società di Mountain View, attraverso il suo amministratore delegato Eric Schmidt, si è difesa trincerandosi dietro un “meglio esserci in Cina anche con delle restrizioni che non esserci”, vale a dire: meglio accettare qualche compromesso e rimuovere alcuni risultati che rinunciare alla mission di Google di portare le informazioni ovunque nel mondo. Detto questo, i tanto temuti filtri governativi introdotti con Google.cn (per comparare Google cinese e Google americano: http://homer.informatics.indiana.edu/censearchip/) , al momento, lasciano alquanto perplessi: alla prova dei fatti, il sistema di censura on line sembra somigliare di più ad un colabrodo che ad una muraglia. Infatti, da test eseguiti da Punto Informatico, la più importante rivista on line italiana dedicata ad internet, risulta che usando un po’ di fantasia nelle ricerche è possibile scavalcare, con una certa facilità, i blocchi approntati dal Google mandarino. Ad esempio, le funzioni di ricerca in pinyin, la traslitterazione in caratteri latini del mandarino ideografico, permettono di impostare ricerche sfruttando stringhe testuali in inglese con esiti diametralmente contrari agli intendimenti della censura: comparsa di notizie ritenute fuorilegge su Tawain, Tibet, atrocità commesse sotto Mao Zedong ecc. Insomma, conclude Punto Informatico, sarebbe davvero strano che tutto questo fosse semplicemente frutto di una svista. Probabilmente la muraglia, ancora nella fase di completamento, presenta più di una breccia. Ma, è altrettanto probabile che i censori cinesi e Google stiano lavorando alacremente per risolvere a più presto lo “spiacevole” problema.

 

 

 

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