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Sguardi classici o barocchi, pubblici o intimissimi, per film diario o d'archivio, cinema di relazione o di impegno sociale, di nomadismo psichico o di esplorazione antropica: documentari che viaggiano a scartamento ridotto, lontani dai miti del tempo reale, felici di "sprecare" tempo, dilatarlo sin dai sopralluoghi, insinuando il dubbio dell'attesa e lasciando al talkshow televisivo la "verità" della risposta immediata. Una galassia ibrida e magmatica, ai bordi trascurati del quotidiano, senza nessuna radice "pura", ma nella quale pulsa la risacca della memoria: la memoria svilita di un paese che, pure, avrebbe dovuto averne, la memoria delle genti e dei paesaggi, delle tradizioni e delle migrazioni, delle bellezze e degli scempi: una memoria ferita, immolata al sacro totem della modernizzazione e suturata, oggi, dal profumato lavacro di neotelevisioni quizzettare e chiacchieristiche.
Dunque elaborazioni poetiche del mondo, intenzioni espressive forti, zampillanti cinesguardi aldilà della necrosi di un sistema produttivo recalcitrante a ospitare "flussi" non allineati. Esplorazioni, invenzioni, coraggio che poco hanno a che fare coi mercanti dell'audiovisivo. Anche perché produrre documentari indipendenti in Italia resta un caso. Chi non gode di un broadcaster nazionale lo fa a proprio rischio e pericolo: anche in questo siamo l'unico paese al mondo. Lo fa non pagando quasi mai il proprio lavoro, avviando virtuose economie di (sotto) scala, peregrinando fra assessorati locali e istituti bancari, sindaci e istituzioni del volontariato, festival (sempre di più, sempre meno di qualità) e televisioni straniere. Mentre si sviluppano scuole e master, screening e pitching forum, film commission e leggi regionali, nessuna regolarità produttivo-distributiva è attualmente garantita.
La nostra è una scelta generazionale - i trenta, quarantenni - e di un periodo - gli ultimi dieci anni: si tratta di frammenti di una galassia più ampia, una "meglio gioventù" ormai adulta che rischia di diventare anziana senza aver potuto dar occhi al proprio paese, senza aver potuto fare della propria passione una normale professione di vita. Ora, nel momento in cui massimo è lo iato fra cinepulsazioni e possibilità produttive, l'auspicio è che l'afasia culturale delle nostre istituzioni possa recepire il naturale bradisismo documentario di un paese che, nonostante tutto, ha ancora voglia di raccontarsi. E' uno degli obiettivi di questa romana primavera documentaria.
Buone visioni.
Villa Medici
23 febbraio - 18 maggio
Tutti i giovedì, alle ore 19.00
A cura di Marco Bertozzi e Lili Hinstin
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