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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
  
 
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MultiMedia 1 novembre  n.  31

Le memorie audiovisive a rischio

di Fabio Di Giammarco

 

Nell’agosto scorso del 2006, sui giornali di mezzo mondo, compariva una notizia che aveva dell’incredibile: scomparsi i più importanti video della storia umana, vale a dire le immagini dello sbarco sulla Luna.

In realtà, le successive precisazioni fornivano un quadro un po’ diverso ma non meno inquietante: le circa 700 bobine della missione Apollo 11 non sarebbero scomparse, ma archiviate malamente dalla Nasa e quindi, al momento, difficilmente rintracciabili, e comunque si tratterebbe di una serie di registrazioni fatte utilizzando un formato ormai fuori standard per il quale occorreva un lettore su misura, e pare che al mondo, di lettori del genere,  ne sia rimasto soltanto uno, vecchio di quarant’anni, custodito come un pezzo da museo nel Data Evaluation Lab del centro spaziale di Goddard nel Maryland.

Insomma, un misto di inettitudine organizzativa e obsolescenza tecnologica, ma anche un’incredibile conferma dell’allarme lanciato più volte (a cominciare dal lontano 1980 fino all’ultimo studio dell’ottobre 2006) dall’Unesco, è cioè il rischio che corre la società odierna di perdere la memoria del XX secolo. L’Unesco ha, infatti, stimato in 200 milioni di ore (100 televisione, 100 radio) il patrimonio audiovisivo mondiale lasciatoci, sostanzialmente, in eredità dal ‘900, e ritiene che ben l’80%  di questa documentazione rischia di scomparire già entro i prossimi dieci anni. Minaccia difficile da contrastare anche perché impercettibile ai media e quindi al grande pubblico: se crolla la facciata di una cattedrale o va in rovina un famoso dipinto, la risonanza che ne risulta è enorme ed immediata, mentre il decadimento silenzioso di un’infinità di nastri magnetici - dimenticati in armadi e scaffali -  è, al contrario,  un qualcosa che può consumarsi  nella più assoluta indifferenza.  Inoltre, gli audiovisivi, rispetto a tutti gli altri beni storici, culturali e commerciali, scontano una loro particolare fragilità. Fondamentalmente, hanno due problemi: deterioramento del supporto e obsolescenza tecnologica degli apparecchi di riproduzione. Sia i formati video (videocassette, U-matic, nastri ecc.) che quelli audio (nastro da ¼”, musicassette ecc.) sono inevitabilmente preda,  nel giro di qualche decina di anni, di processi di smagnetizzazione e di alterazione chimica, tanto da far concludere ad uno studio della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti: la videocassetta è il formato meno adatto per l’archiviazione.

A fronte di questa situazione, gli esperti calcolano in vent’anni la “finestra temporale” ancora disponibile per mettere in salvo il patrimonio audiovisivo, dopodiché non ci sarà più nulla da fare. Ma, per fortuna, la soluzione c’è. L’elisir di lunga vita è già “bello e pronto”, si chiama   digitalizzazione che poi vuol dire trasformare  pile di nastri audio e video analogici in lunghe sequenze di bit. Non solo. Oltre alla conservazione, il formato digitale promette dell’altro. Offre alla cultura audiovisiva- schiacciata tra oblio ed estinzione – una nuova prospettiva: l’ampio accesso, ovvero la possibilità di far rinascere materiali scomparsi alla vista e all’udito (nastri su mensole che ridiventano programmi tv e radio) e laddove fosse necessario, di migliorarne la fruizione con ripristini di qualità.

Di contro, la digitalizzazione ha però costi assai elevati, non alla portata di tutti. E questo è l’altro grave fattore di rischio per il patrimonio audiovisivo mondiale. I programmi di salvataggio incontrano grosse difficoltà in Sudamerica, Africa, Medio oriente e Sudest asiatico, mentre i paesi ricchi hanno già avviato svariati progetti di recupero. Con una sorpresa. Proprio gli Stati Uniti, il paese della TV, sembra in ritardo nella conservazione di registrazioni radiotelevisive. L’UCLA (Film & Television Archive) lo dichiara apertamente, e informa che nel suo archivio digitale ci sono soltanto alcuni show televisivi di successo a cavallo tra gli ’50 e ’60 ( Gene Kelly, Fred Astaire, Esther Williams) e qualche grande evento come la campagna presidenziale di JFK  e l’assassinio di Robert Kennedy. Poca roba rispetto alla Francia che complessivamente vanta un milione e mezzo di ore di archivio radiotelevisivo, mentre la Gran Bretagna  con “BFI National Archive” ha già messo al sicuro ben 625 mila programmi televisivi, e l’Italia che grazie alla RAI può contare (dati 2004) su almeno  300 mila ore tv e 400 mila ore radio archiviate in formato digitale. Ma c’è di più. C’è anche l’impegno degli organismi europei (Parlamento, Consiglio d’Europa) per la costruzione di “uno spazio audiovisivo europeo”. Intanto con i 671 milioni di euro stanziati dall’Unione attraverso il Programma Media 2007 per il sostegno all’audiovisivo  e alla sua digitalizzazione. Ma, soprattutto con due progetti mirati: PrestoSpace e Tape. Il primo - che vede partner come RAI, BBC, INA (Istitut National de l’audiovisuel) – per fornire soluzioni tecniche e sistemi integrati per una completa conservazione digitale di tutti i tipi di audiovisivi, il secondo finalizzato al recupero e salvataggio delle piccole collezioni audiovisive disseminate in una miriade di piccoli istituti (biblioteche, musei, imprese, collezioni private ecc.) e che rappresentano pezzi importanti della cultura, identità e storia del vecchio continente.

Dopo il clamore mediatico, lo sbarco sulla Luna – probabilmente - non andrà perso, ma cosa ancora più urgente è prestare ascolto a quello che da tempo va ripetendo Brewster Kahle, il creatore dell’Internet Archive: “ la televisione è più effimera di Internet.”

 

 

 

 link:

Scomparsa immagini sbarco sulla Luna

 UNESCO's Memory of the World Programme

 UCLA (Film & Television Archive)

 BFI National Archive

RAI

INA (Istitut National de laudiovisuel)

Programma Media 2007

PrestoSpace

Tape

 

 

 

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