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Nell’agosto
scorso del 2006, sui giornali di mezzo mondo, compariva una
notizia che aveva dell’incredibile: scomparsi i più
importanti video della storia umana, vale a dire le immagini
dello sbarco sulla Luna.
In
realtà, le successive precisazioni fornivano un quadro un
po’ diverso ma non meno inquietante: le circa 700 bobine
della missione Apollo 11 non sarebbero scomparse, ma
archiviate malamente dalla Nasa e quindi, al momento,
difficilmente rintracciabili, e comunque si tratterebbe di una
serie di registrazioni fatte utilizzando un formato ormai
fuori standard per il quale occorreva un lettore su misura, e
pare che al mondo, di lettori del genere,
ne sia rimasto soltanto uno, vecchio di quarant’anni,
custodito come un pezzo da museo nel Data Evaluation Lab del
centro spaziale di Goddard nel Maryland.
Insomma,
un misto di inettitudine organizzativa e obsolescenza
tecnologica, ma anche un’incredibile conferma dell’allarme
lanciato più volte (a cominciare dal lontano 1980 fino
all’ultimo studio dell’ottobre 2006) dall’Unesco, è cioè
il rischio che corre la società odierna di perdere la memoria
del XX secolo. L’Unesco ha, infatti, stimato in 200 milioni
di ore (100 televisione, 100 radio) il patrimonio audiovisivo
mondiale lasciatoci, sostanzialmente, in eredità dal ‘900,
e ritiene che ben l’80%
di questa documentazione rischia di scomparire già
entro i prossimi dieci anni. Minaccia difficile da contrastare
anche perché impercettibile ai media e quindi al grande
pubblico: se crolla la facciata di una cattedrale o va in
rovina un famoso dipinto, la risonanza che ne risulta è
enorme ed immediata, mentre il decadimento silenzioso di
un’infinità di nastri magnetici - dimenticati in armadi e
scaffali - è, al
contrario, un
qualcosa che può consumarsi
nella più assoluta indifferenza.
Inoltre, gli audiovisivi, rispetto a tutti gli altri
beni storici, culturali e commerciali, scontano una loro
particolare fragilità. Fondamentalmente, hanno due problemi:
deterioramento del supporto e obsolescenza tecnologica degli
apparecchi di riproduzione. Sia i formati video
(videocassette, U-matic, nastri ecc.) che quelli audio (nastro
da ¼”, musicassette ecc.) sono inevitabilmente preda,
nel giro di qualche decina di anni, di processi di
smagnetizzazione e di alterazione chimica, tanto da far
concludere ad uno studio della Biblioteca del Congresso degli
Stati Uniti: la videocassetta è il formato meno adatto per
l’archiviazione.
A
fronte di questa situazione, gli esperti calcolano in
vent’anni la “finestra temporale” ancora disponibile per
mettere in salvo il patrimonio audiovisivo, dopodiché non ci
sarà più nulla da fare. Ma, per fortuna, la soluzione c’è.
L’elisir di lunga vita è già “bello e pronto”, si
chiama digitalizzazione
che poi vuol dire trasformare pile di nastri audio e video analogici in lunghe sequenze di
bit. Non solo. Oltre alla conservazione, il formato digitale
promette dell’altro. Offre alla cultura audiovisiva-
schiacciata tra oblio ed estinzione – una nuova prospettiva:
l’ampio accesso, ovvero la possibilità di far rinascere
materiali scomparsi alla vista e all’udito (nastri su
mensole che ridiventano programmi tv e radio) e laddove fosse
necessario, di migliorarne la fruizione con ripristini di
qualità.
Di
contro, la digitalizzazione ha però costi assai elevati, non
alla portata di tutti. E questo è l’altro grave fattore di
rischio per il patrimonio audiovisivo mondiale. I programmi di
salvataggio incontrano grosse difficoltà in Sudamerica,
Africa, Medio oriente e Sudest asiatico, mentre i paesi ricchi
hanno già avviato svariati progetti di recupero. Con una
sorpresa. Proprio gli Stati Uniti, il paese della TV, sembra
in ritardo nella conservazione di registrazioni
radiotelevisive. L’UCLA (Film & Television Archive) lo
dichiara apertamente, e informa che nel suo archivio digitale
ci sono soltanto alcuni show televisivi di successo a cavallo
tra gli ’50 e ’60 ( Gene Kelly, Fred Astaire, Esther
Williams) e qualche grande evento come la campagna
presidenziale di JFK e
l’assassinio di Robert Kennedy. Poca roba rispetto alla
Francia che complessivamente vanta un milione e mezzo di ore
di archivio radiotelevisivo, mentre la Gran Bretagna
con “BFI National Archive” ha già messo al sicuro
ben 625 mila programmi televisivi, e l’Italia che grazie
alla RAI può contare (dati 2004) su almeno
300 mila ore tv e 400 mila ore radio archiviate in
formato digitale. Ma c’è di più. C’è anche l’impegno
degli organismi europei (Parlamento, Consiglio d’Europa) per
la costruzione di “uno spazio audiovisivo europeo”.
Intanto con i 671 milioni di euro stanziati dall’Unione
attraverso il Programma Media 2007 per il sostegno
all’audiovisivo e
alla sua digitalizzazione. Ma, soprattutto con due progetti
mirati: PrestoSpace e Tape. Il primo - che vede partner come
RAI, BBC, INA (Istitut National de l’audiovisuel) – per
fornire soluzioni tecniche e sistemi integrati per una
completa conservazione digitale di tutti i tipi di
audiovisivi, il secondo finalizzato al recupero e salvataggio
delle piccole collezioni audiovisive disseminate in una
miriade di piccoli istituti (biblioteche, musei, imprese,
collezioni private ecc.) e che rappresentano pezzi importanti
della cultura, identità e storia del vecchio continente.
Dopo
il clamore mediatico, lo sbarco sulla Luna – probabilmente -
non andrà perso, ma cosa ancora più urgente è prestare
ascolto a quello che da tempo va ripetendo Brewster Kahle, il
creatore dell’Internet Archive: “ la televisione è più
effimera di Internet.”
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