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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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MultiMedia 15 febbraio 2007  n. 23
la musica non cambia ma dovrebbe
Giulia Mezzabarba

 

Dalla fine del mese scorso si è verificata una nuova ondata di confronti sul tema del file sharing soprattutto in materia di file multimediali, ovviamente, soprattutto musicali. Anche in questo caso il potere dei media di creare casi, notizie sensazionali, ha generato allarmismo e false aspettative, come nel caso della sentenza della Cassazione emessa alla fine dello scorso mese. La Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di tre studenti di Torino, già condannati in appello a 3 mesi e 10 giorni di reclusione per aver creato nel 1999 un network per lo scambio di file protetti da copyright – multimediali (musicali, video, ecc.) e software –. Appurato nel loro caso l’assenza di fini di lucro, in conformità con la normativa all’epoca in vigore, e che l’atto era stato fatto in un’epoca anteriore al varo della legge Urbani, il reato non sussisteva. Proprio l’aver ignorato questi dettagli ha creato il caso soprattutto intorno al download di file musicali. I fautori del file sharing hanno accolto la notizia come un alleggerimento della legge; addirittura un insospettabile come il deputato Roberto Maroni ha inneggiato alla sentenza come all’atto di liberazione di ciò che è di tutti: la musica. Ovviamente di diverso avviso il presidente della Siae, Giorgio Assumma, pronto a lanciare l’allarme per un immediato incremento di file scaricati illegalmente.

In Italia ancora le illusioni degli scaricatori illegali non si erano del tutto sopite che Steve Jobs, guru della Apple nonché l’abile ideatore di un oggetto unico che però unico non è – cioè l’i-pod – , pubblicava una lettera aperta sintetizzata dalla frase “Immagino un mondo senza DRM (...) i sistemi attuali non funzionano e potrebbero non funzionare mai”. Il mondo a caldo ha risposto con un fumettistico “glab!”. Si perché i DRM – Digital Rights Management –, che sono sistemi attraverso i quali è possibile amministrare i diritti d’autore in ambiente digitale, caratterizzano più di qualsiasi altro venditore i file musicali venduti dal CEO di Apple. Addirittura Jobs dice di essere costretto ad usare i DRM dalle case discografiche e le accusa di miopia. Sorvolando sugli interessi che hanno spinto Mr Apple a fare queste dichiarazioni, sembra quanto mai opportuno ritenere che le case discografiche siano arrivate al capolinea della loro esistenza, almeno nei termini in cui ora appaiono. Nonostante i legislatori di mezzo mondo cerchino di tutelare lo status quo, invero dalla prima comparsa di Napster la realtà appare irreversibilmente proiettata verso un consumo della musica senza mediatori: dall’autore al fruitore. Molti i cantanti che ancora oppongono resistenze ma tanti quelli che hanno accettato di buon grado l’innovazione e tanti altri che solo in un secondo momento si sono accorti dei benefici della musica on line. Basti pensare al nostro Vasco Rossi, che ha pubblicato l’ultimo singolo solo in rete, o a un artista sperimentale non solo musicalmente come David Bowie che, già qualche anno fa, ha visto un futuro in cui l’artista distribuisce la propria musica on line e ottiene il suo guadagno attraverso il biglietto del concerto. Questa non è fantascienza è una realtà attuabile, basta volerla.

Per approfondimenti:
Sulla sentenza della Corte di Cassazione 1
Sulla sentenza della Corte di Cassazione 2
La lettera di Jobs
Sulla lettera di  Jobs
 
 

 

 

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