|
Dalla fine del mese scorso si è verificata una nuova
ondata di confronti sul tema del file sharing
soprattutto in materia di file multimediali, ovviamente,
soprattutto musicali. Anche in questo caso il potere dei
media di creare casi, notizie sensazionali, ha generato
allarmismo e false aspettative, come nel caso della
sentenza della Cassazione emessa alla fine dello scorso
mese. La Terza sezione penale della Corte di Cassazione
ha accolto il ricorso di tre studenti di Torino, già
condannati in appello a 3 mesi e 10 giorni di reclusione
per aver creato nel 1999 un network per lo scambio di
file protetti da copyright – multimediali (musicali,
video, ecc.) e software –. Appurato nel loro caso
l’assenza di fini di lucro, in conformità con la
normativa all’epoca in vigore, e che l’atto era stato
fatto in un’epoca anteriore al varo della legge Urbani,
il reato non sussisteva. Proprio l’aver ignorato questi
dettagli ha creato il caso soprattutto intorno al
download di file musicali. I fautori del file sharing
hanno accolto la notizia come un alleggerimento della
legge; addirittura un insospettabile come il deputato
Roberto Maroni ha inneggiato alla sentenza come all’atto
di liberazione di ciò che è di tutti: la musica.
Ovviamente di diverso avviso il presidente della Siae,
Giorgio Assumma, pronto a lanciare l’allarme per un
immediato incremento di file scaricati illegalmente.
In Italia ancora le illusioni degli scaricatori illegali
non si erano del tutto sopite che Steve Jobs, guru della
Apple nonché l’abile ideatore di un oggetto unico che
però unico non è – cioè l’i-pod – , pubblicava una
lettera aperta sintetizzata dalla frase “Immagino un
mondo senza DRM (...) i sistemi attuali non funzionano e
potrebbero non funzionare mai”. Il mondo a caldo ha
risposto con un fumettistico “glab!”. Si perché i DRM –
Digital Rights Management –, che sono sistemi attraverso
i quali è possibile amministrare i diritti d’autore in
ambiente digitale, caratterizzano più di qualsiasi altro
venditore i file musicali venduti dal CEO di Apple.
Addirittura Jobs dice di essere costretto ad usare i DRM
dalle case discografiche e le accusa di miopia.
Sorvolando sugli interessi che hanno spinto Mr Apple a
fare queste dichiarazioni, sembra quanto mai opportuno
ritenere che le case discografiche siano arrivate al
capolinea della loro esistenza, almeno nei termini in
cui ora appaiono. Nonostante i legislatori di mezzo
mondo cerchino di tutelare lo status quo, invero dalla
prima comparsa di Napster la realtà appare
irreversibilmente proiettata verso un consumo della
musica senza mediatori: dall’autore al fruitore. Molti i
cantanti che ancora oppongono resistenze ma tanti quelli
che hanno accettato di buon grado l’innovazione e tanti
altri che solo in un secondo momento si sono accorti dei
benefici della musica on line. Basti pensare al nostro
Vasco Rossi, che ha pubblicato l’ultimo singolo solo in
rete, o a un artista sperimentale non solo musicalmente
come David Bowie che, già qualche anno fa, ha visto un
futuro in cui l’artista distribuisce la propria musica
on line e ottiene il suo guadagno attraverso il
biglietto del concerto. Questa non è fantascienza è una
realtà attuabile, basta volerla.
|