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Il
25 settembre scorso si è svolto a Firenze – per iniziativa
della Fondazione Rinascimento Digitale – il seminario “Web
2.0 e strumenti collaborativi: hanno un senso per i beni
culturali e la formazione”. Sembrava doversi solo
dibattere sull’ormai scontata
introduzione anche nei domini della P.A., dei beni
culturali e della formazione, di una massiccia dose di web 2.0. Invece, l’incontro, per
merito della relazione di Massimo Marchiori dell’Università
di Padova, ha preso subito un’altra piega, e si è
trasformato in un’interessante occasione per decifrare i
recenti sviluppi dello strumento web, a cominciare dalla
dicotomia “web semantico /web 2.0” fino al fenomeno “wikipedia”.
Marchiori
è partito dai “fallimenti” del web semantico per spiegare
la “troppo facile scorciatoia” rappresentata dal web 2.0.
Ad una tecnologia non basta essere efficiente per decollare.
Se non è facile, non è vicina alla gente, non minimizza il
rapporto costi/benefici, ed è destinata tutt’al più
a rimanere un’eterna promessa. Le “palle al
piede” del web semantico sono varie: eccessiva complessità,
alti costi, ma soprattutto una scarsissima user-friendly. Il
web 2.0 rappresenta la reazione degli utenti che preferiscono
– qui e ora - la propria “approssimazione” rispetto ad
una futuribile “perfezione” delle macchine. Tuttavia,
l’approssimazione è un “Giano bifronte”, oltre
ad essere una grande opportunità e nello stesso tempo il
grande limite del web 2.0: gli utenti classificano,
generano contenuti, li scambiano tra loro, ma tutto in
assenza di qualunque controllo, senza uno straccio di
validazione scientifica.
Esempio
paradigmatico di questa situazione è Wikipedia, la famosa
enciclopedia on line creata
dagli utenti in tutta libertà. Luca Sileni ha presentato il
progetto sciorinando numeri ad effetto: 8 milioni di voci
nelle varie lingue, 1,4 miliardi di pagine visitate al mese,
tra i primi 15 siti al mondo e primo tra i non commerciali
ecc. Indubbi vantaggi, specialmente dal punto di vista
economico: un progetto del genere realizzato con metodi
tradizionali avrebbe costi insostenibili. Però riguardo i
contenuti, i conti sembrano non sempre tornare. Può, infatti,
accadere, cercando
su Wikipedia, di trovare una sola paginetta stiracchiata sul
grande storico dell’arte Giulio Carlo Argan, ed al contrario
ben 25 pagine, curate e piene di dettagli, sul cantautore
Lucio Battisti. E
se aggiungiamo che oggi Wikipedia è una delle principali
fonti – per lo studio e ricerche – dei ragazzi in età
scolare, le perplessità aumentano.
C’è
poi, non ultima, l’ingarbugliata questione del copyright che
pende come una spada di Damocle sul futuro della rete e ancor
di più su quello del web 2.0. Anche rispetto a questa
vicenda, Wikipedia
fa, in un certo senso, scuola. Ultimo, di una lunga serie
casi: la riproduzione non autorizzata di beni culturali. In
altre parole, mediante l’enciclopedia on line sarebbe
possibile visualizzare e liberamente utilizzare – anche a
scopi commerciali – immagini d’opere d’arte italiane
violando la normativa vigente (legge Ronchey, Codice Beni
Culturali). Da qui un dibattito animato, anche con toni
polemici, tra il rappresentante italiano di Wikipedia ed
esponenti del MiBAC (in particolare del Polo Museale
fiorentino). Wikipedia, alla fine , si è mostrata
conciliante: ha
promesso di rimuovere le immagini incriminate, e più in
generale di introdurre correzioni e strumenti adeguati per
avvicinarsi il più possibile – ma senza snaturare il
progetto – a standard minimi di validazione scientifica. Ma,
nello stesso tempo, Sileni ha ribadito che Wikipedia va intesa
come l’avamposto di un modo nuovo di concepire il sapere. Ma
questo modo nuovo è suscettibile di significati molto
diversi. Per gli apologeti del web 2.0 si tratta di un
mutamento epocale: sta finendo un mondo (quello del libro) e
ne sta cominciando un altro, quello digitale. Gli scettici
sono di tutt’altro avviso: Wikipedia non può essere
perfezionata perché non è una cosa seria, è quasi un gioco
da ragazzi. Per
la cultura, per lo studio, gli strumenti scientificamente
affidabili sono insostituibili.
In
conclusione, riprendendo la domanda iniziale: ha un senso il
web 2.0 per i Beni Culturali e la formazione? Domanda a cui
oggi è difficilissimo rispondere. Il seminario non voleva e
non poteva dare soluzioni , se mai una serie istantanee sulla
principale tendenza in atto: mentre il web semantico aspira al
ragionamento esatto tipico delle macchine, si sta invece
andando verso una semantica povera che preferisce la gente.
Tutto qui, ma con un utile eccezione. Anche se Bernes-Lee,
inventore del World Wide Web, ha immediatamente liquidato il
web 2.0 come una “forma di slang”, il web di seconda
generazione ha perlomeno potenziato l’interattività creando
sulla rete quei servizi prima disponibili esclusivamente sul
pc. Da qui i
primi nuovi servizi interattivi avviati dalla P.A, i blog, le
piattaforme e-learning per la formazione ecc. In attesa di
future versioni del web (3.0, 4.0 ecc.) quando finalmente i
computer saranno in grado di leggere una pagina web scritta
per gli utenti ed interpretarla allo stesso modo degli umani,
a quel punto il web semantico
sarà per tutti.
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