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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
  
 
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MultiMedia 1 novembre  n.  31

Seminario Web 2.0 e scommesse sul Web

di Fabio Di Giammarco

Fondazione Rinascimento Digitale

 http://www.rinascimento-digitale.it/index.php

 

 Il 25 settembre scorso si è svolto a Firenze – per iniziativa della Fondazione Rinascimento Digitale – il seminario “Web 2.0 e strumenti collaborativi: hanno un senso per i beni culturali e la formazione”. Sembrava doversi solo dibattere sull’ormai scontata  introduzione anche nei domini della P.A., dei beni culturali e della formazione,  di una massiccia dose di web 2.0. Invece, l’incontro, per merito della relazione di Massimo Marchiori dell’Università di Padova, ha preso subito un’altra piega, e si è trasformato in un’interessante occasione per decifrare i recenti sviluppi dello strumento web, a cominciare dalla dicotomia “web semantico /web 2.0” fino al fenomeno “wikipedia”.

 

Marchiori è partito dai “fallimenti” del web semantico per spiegare la “troppo facile scorciatoia” rappresentata dal web 2.0. Ad una tecnologia non basta essere efficiente per decollare. Se non è facile, non è vicina alla gente, non minimizza il rapporto costi/benefici, ed è destinata tutt’al più  a rimanere un’eterna promessa. Le “palle al piede” del web semantico sono varie: eccessiva complessità, alti costi, ma soprattutto una scarsissima user-friendly. Il web 2.0 rappresenta la reazione degli utenti che preferiscono – qui e ora - la propria “approssimazione” rispetto ad una futuribile “perfezione” delle macchine. Tuttavia,  l’approssimazione è un “Giano bifronte”, oltre ad essere una grande opportunità e nello stesso tempo il grande limite del web 2.0: gli utenti classificano,  generano contenuti, li scambiano tra loro, ma tutto in assenza di qualunque controllo, senza uno straccio di validazione scientifica.

 

Esempio paradigmatico di questa situazione è Wikipedia, la famosa enciclopedia on line  creata dagli utenti in tutta libertà. Luca Sileni ha presentato il progetto sciorinando numeri ad effetto: 8 milioni di voci nelle varie lingue, 1,4 miliardi di pagine visitate al mese, tra i primi 15 siti al mondo e primo tra i non commerciali ecc. Indubbi vantaggi, specialmente dal punto di vista economico: un progetto del genere realizzato con metodi tradizionali avrebbe costi insostenibili. Però riguardo i contenuti, i conti sembrano non sempre tornare. Può, infatti, accadere,  cercando su Wikipedia, di trovare una sola paginetta stiracchiata sul grande storico dell’arte Giulio Carlo Argan, ed al contrario ben 25 pagine, curate e piene di dettagli, sul cantautore Lucio Battisti.  E se aggiungiamo che oggi Wikipedia è una delle principali fonti – per lo studio e ricerche – dei ragazzi in età scolare, le perplessità aumentano.

 

C’è poi, non ultima, l’ingarbugliata questione del copyright che pende come una spada di Damocle sul futuro della rete e ancor di più su quello del web 2.0. Anche rispetto a questa vicenda,  Wikipedia fa, in un certo senso, scuola. Ultimo, di una lunga serie casi: la riproduzione non autorizzata di beni culturali. In altre parole, mediante l’enciclopedia on line sarebbe possibile visualizzare e liberamente utilizzare – anche a scopi commerciali – immagini d’opere d’arte italiane violando la normativa vigente (legge Ronchey, Codice Beni Culturali). Da qui un dibattito animato, anche con toni polemici, tra il rappresentante italiano di Wikipedia ed esponenti del MiBAC (in particolare del Polo Museale fiorentino). Wikipedia, alla fine , si è mostrata conciliante:  ha promesso di rimuovere le immagini incriminate, e più in generale di introdurre correzioni e strumenti adeguati per avvicinarsi il più possibile – ma senza snaturare il progetto – a standard minimi di validazione scientifica. Ma, nello stesso tempo, Sileni ha ribadito che Wikipedia va intesa come l’avamposto di un modo nuovo di concepire il sapere. Ma questo modo nuovo è suscettibile di significati molto diversi. Per gli apologeti del web 2.0 si tratta di un mutamento epocale: sta finendo un mondo (quello del libro) e ne sta cominciando un altro, quello digitale. Gli scettici sono di tutt’altro avviso: Wikipedia non può essere perfezionata perché non è una cosa seria, è quasi un gioco da ragazzi.  Per la cultura, per lo studio, gli strumenti scientificamente affidabili sono insostituibili.

 

In conclusione, riprendendo la domanda iniziale: ha un senso il web 2.0 per i Beni Culturali e la formazione? Domanda a cui oggi è difficilissimo rispondere. Il seminario non voleva e non poteva dare soluzioni , se mai una serie istantanee sulla principale tendenza in atto: mentre il web semantico aspira al ragionamento esatto tipico delle macchine, si sta invece andando verso una semantica povera che preferisce la gente. Tutto qui, ma con un utile eccezione. Anche se Bernes-Lee, inventore del World Wide Web, ha immediatamente liquidato il web 2.0 come una “forma di slang”, il web di seconda generazione ha perlomeno potenziato l’interattività creando sulla rete quei servizi prima disponibili esclusivamente sul pc.  Da qui i primi nuovi servizi interattivi avviati dalla P.A, i blog, le piattaforme e-learning per la formazione ecc. In attesa di future versioni del web (3.0, 4.0 ecc.) quando finalmente i computer saranno in grado di leggere una pagina web scritta per gli utenti ed interpretarla allo stesso modo degli umani, a quel punto il web semantico  sarà per tutti.

 

 

 

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