| Le donne soprattutto le giovani donne hanno molta
dimestichezza con le tecnologie. Ricerche recenti mostrano
come, fra i giovani utenti di Internet, i principali
creatori di contenuti web (blog, siti, grafica, fotografie)
non sono i ragazzi ma le teenagers. Le giovani tra i
12 e i 17 anni che hanno un loro blog sono il 35%, contro
il 20% dei ragazzi, quelle con un proprio sito web,
sono il 32% contro il 22% dei loro coetanei.
Nonostante ciò rimane forte il dislivello
tra i due sessi quando si diventa adulti, nel mondo
politico come in quello professionale e anche quindi
nella computer industry. La formazione femminile nel
campo dell’ ICT Europa, è diminuita rispetto
agli anni precedenti: le laureate in informatica sono
passate dal 25% del 1998, al 22% del 2006. In Italia
le iscritte nel 2006/2007 sono il 14% del totale, con
un calo di quasi cinque punti percentuali rispetto al
2001/2002. La commissaria europea Viviane Reding, in
occasione dell’8 marzo 2007, ha affermato che
entro il 2010 il settore ICT in Europa registrerà
un deficit di 300.000 figure professionali qualificate,
evidenziando il rischio che le giovani donne non riescano
a rispondere a questo nuovo segmento di domanda del
mercato perché scarsamente presenti nelle lauree
informatiche.
Per favorire l’approccio delle donne alle
nuove tecnologie e al loro uso nel campo lavorativo,
una prima indicazione potrebbe essere quella di incoraggiare
in ogni modo l’accesso delle ragazze alla lauree
informatiche. Interventi che dovrebbero avvenire attraverso
l’impiego di:
1. Specifiche azioni di orientamento rivolte alle giovani
donne, sia da parte delle università, sia da
parte delle imprese;
2. politiche di sgravio della tassazione universitaria
per quelle “coraggiose” che intraprendono
questo tipo di studi;
3. iniziative culturali nei territori volte a combattere
lo stereotipo tecnologie = maschio, che è una
variante ancora più radicata di quella percezione
diffusa che in generale rende complicato il rapporto
fra donne e scienza. Dalle ricerche più attente
che un gruppo di studiose sta conducendo su questo ultimo
tema, si vede chiaramente che perpetuare tale stereotipo
produce una spirale perversa, ovvero l’esclusione
produce altra esclusione.
Le addette alle Ict in Italia sono solo il 14%
del totale, un dato che ancora una volta ci colloca
agli ultimi posti nell’Unione Europea. Questo
significa che, a dispetto della neutralità che
spesso viene attribuita alla tecnologia, i software
che danno vita alla rete sono realizzati quasi esclusivamente
dagli uomini. Secondo Ann MacIntosh, docente di Digital
governance all’università di Leeds, intervistata
da Leda Guidi, “ c’è bisogno di uno
sviluppo del software più orientato al genere,
più focalizzato sui contenuti, e meno orientato
alla possibilità di “smanettare”
solo per dimostrare cosa sa fare lo sviluppatore, prestando
maggiore attenzione all’usabilità.”
Il lato maschile della tecnologia, insomma, si rifletterebbe
nella qualità del software e accentuerebbe il
divario di genere. Al di là dei settori professionali
più specialistici, siano essi hardware-core o
software-core, dove è richiesta una formazione
specifica, le competenze delle donne in rapporto alla
Rete possono essere un veicolo di inclusione per molte
altre professioni e in generale per la conciliazione
fra famiglia e lavoro, che è uno dei più
gravi ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di
Lisbona.
Se in Italia siamo ancora fermi, secondo i dati
del 2006, al 46,3%, penultimi in Europa e se 7milioni
di donne italiane in età lavorativa sono fuori
dal mercato del lavoro ( nel mezzogiorno infatti il
tasso di occupazione delle donne tra 25 e 34 anni è
del 34,7% contro il 74,3% del Nord), una delle cause
risiede nell’impossibilità di conciliare
tutte le sfere della vita. Agli orari di lavoro, percepiti
dalle donne come poco flessibili (il 70% di loro sceglie
il lavoro part time in modo volontario), si deve aggiungere
il lavoro di cura dei figli e degli anziani che pesa,
nel nostro Paese, quasi esclusivamente sulle donne:
più di 5 ore al giorno, contro 1 ora e 35 minuti
degli uomini.
Da molti anni in Italia si parla di telelavoro,
fra mille diffidenze e pregiudizi. Grava sul telelavoro
il sospetto che possa recare una dequalificazione di
chi lo pratica, un ostacolo alla carriera o, per quanto
riguarda le donne, un veicolo di nuova marginalizzazione
e chiusura nel ruolo domestico, col sospetto che le
telelavoratrici siano una specie di casalinghe di ritorno.
Nel recente Memorandum fra governo e sindacati
sul pubblico impiego il Telelavoro è finalmente
tornato fra gli obiettivi condivisi; così è
avvenuto nella Direttiva per le carriere femminili nella
P.A. firmato dai ministri Nicolais e Pollastrini, a
cui ha lavorato personalmente Beatrice Magnolfi, sottosegretaria
per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione,
che nel corso del convegno “DOnne e TEcnologie
una DOTE per l’Italia ha approfondito il tema
con le argomentazioni qui esposte. Oggi nella P.A. l’unica
unità di misura certa per valutare il risultato
è il tempo che si trascorre fisicamente in ufficio.
Se la diffusione del telelavoro aiutasse nello sforzo
di trovare altri indicatori, più qualitativi
e meno quantitativi, più dinamici e differenziati,
capaci di misurare davvero il merito e di diffondere
la cultura del risultato, solo per questo sarebbe una
grande rivoluzione, oltre che un sollievo per tante
donne.
Quando il criterio è davvero meritocratico, le
donne non hanno bisogno di azioni positive. Il tempo
è un grande fattore di discriminazione nel lavoro.
Il 25% delle donne getta la spugna dopo il primo figlio,
dopo il 2° l’area della rinuncia sale al 40%.
Anche il divario retributivo e di accesso alla carriera
è da mettere in relazione con il tempo.
Un recente sondaggio realizzato da Lineaedp “Ict-professioni
e carriere 2007” ci dice che anche nelle aziende
di informatica solo il 13% delle donne percepisce redditi
superiori a 50mila euro: la percentuale è di
dieci punti più alta per gli uomini.
Straordinari, incarichi aggiuntivi, premi di produzione
non sempre sono legati al merito, ma più spesso
alla disponibilità di tempo. In generale nelle
imprese, secondo i dati di una ricerca presentata lo
scorso gennaio da McKinsey, le donne che ricoprono posizioni
di vertice raggiungeranno nel 2035 appena il 4%, se
non saranno adottati correttivi.
Sempre la stessa ricerca sottolinea però come
avere più donne ai vertici delle aziende sarebbe
auspicabile non solo dal punto di vista dell’equità
di genere, ma soprattutto perché è economicamente
vantaggioso.
Il dato più rilevante in questo senso è
relativo alla leadership: le donne hanno uno stile differente
dai colleghi uomini. Dalle interviste risulta che in
tutte le imprese nelle quali c'è una maggior
presenza femminile ai vertici - almeno il 30% dei senior
manager - l'organizzazione del lavoro è più
armonica e rispettosa dei valori aziendali, con più
attenzione all'ambiente di lavoro, più coordinamento
e controllo, più orientamento verso l'esterno.
Ma anche un miglioramento dei processi decisionali.
Risultato: le imprese che hanno più di 2 donne
membri del board o dei comitati esecutivi, sono quelle
che hanno una performance economico-finanziaria migliore
rispetto a quelle guidate da soli maschi.
Nonostante questi vantaggi, se continuano ad esserci
così poche donne ai vertici delle aziende, è
perché il modello di impresa dominante risulta
ancora molto distante da quello femminile: in quanto
richiede disponibilità totale di tempo e di presenza
e sopratutto una capacità di crescita lineare
e costante, senza interruzioni di percorso.
Per queste ragioni, per una donna il costo sul
piano personale per il conseguimento della leadership
è ancora elevatissimo. Su circa 900 top e middle
manager intervistati (metà uomini e metà
donne), solo l'11% delle donne risulta sposata con figli,
rispetto al 53% dei colleghi maschi. Secondo i dati
dell’Osservatorio dell’Imprenditoria femminile
2007 di Unioncamere, il tasso di imprenditorialità
femminile italiano degli ultimi cinque anni risulta
il doppio di quello maschile: dal 2003 al 2007 il numero
di imprese a proprietà femminile è cresciuto
di quasi il 6%, portando il numero delle imprese guidate
da donne a 1,2 milioni. Queste aziende sono più
diffuse al Centro-Sud, operano preferibilmente nel commercio,
in agricoltura e nei servizi alle persone, dove guidano
1 impresa su due, ma soprattutto crescono due volte
più della media nazionale. Quest’ultimo
dato dimostra come, nonostante le difficoltà
di ingresso per le donne, le imprenditrici raggiungono
risultati migliori dei loro colleghi uomini, nelle attività
indipendenti.
A questo proposito, è il caso di rilevare
come parecchie nuove iniziative imprenditoriali finanziate
dalla Legge 125 sull’imprenditoria femminile e
dalle nuove misure previste dal governo, ad esempio
quelle messe in campo dal ministro Melandri come sostegno
alle idee innovative dei giovani, riguardano le tecnologie
della rete.C’è un pullulare di nuova imprenditorialità
delle donne nel settore Ict. E anche di nuovi “mestieri”:Bloggers,
webmasters, responsabili di portali di informazione
e di servizio, coordinatrici di community on line, produttrici
di contenuti multimediali, nuove protagoniste del web
2.0 si affacciano in un mondo del lavoro che è
profondamente condizionato dall’informazione.
Senza considerare tutte quelle imprese al femminile
nel settore manifatturiero o addirittura agricolo che
hanno trovato nella rete un nuovo modello aziendale,
non solo per quanto riguarda la promozione e il marketing,
ma per l’intero sistema di impresa. Stanno crescendo
reti di donne tematiche, che veicolano contenuti di
genere. Claudia Padovani ne ha fatto il censimento sull’ultimo
numero del Secolo della Rete, che è appunto dedicato
a “Un alto genere di tecnologia”. Women.it,
Womennews.net, Dol’s, Mammeonline, Women on work,
Technedonne.it e molti altri, a formare un patrimonio
di conoscenza e di cultura sui temi del rapporto fra
donne e tecnologie, che dovrebbe essere più riconosciuto
e trovare maggior rilievo e visibilità sui siti
istituzionali.
Anche nel settore pubblico vi sono presenze femminili
importanti. Essere a capo dell’informatica di
un ministero, come accade al ministero del Lavoro o
della Pubblica Istruzione, oppure, fino a poco tempo
fa, al ministero dei Beni Culturali, rappresenta una
enorme opportunità per una manager pubblica.
Significa avere in mano una delle leve della riforma
sostanziale della P.A. . Che non è l’informatizzazione,
o almeno non soltanto. Ma è la capacità
di scardinare, attraverso le tecnologie digitali, le
vecchie prassi burocratiche, di rottamare le procedure
cartacee, di reingegnerizzare i processi produttivi,
per contenere la spesa pubblica e migliorare la qualità
dei servizi. E’ una donna la responsabile del
progetto della Carta di Identità elettronica
del ministero degli Interni. Non un ingegnere, ma una
Prefetto, che ha la passione di modernizzare il paese.
Questa stessa passione ho trovato in alcune donne
che sono il pilastro delle reti civiche locali o sono
amministratrici di comuni importanti, all’avanguardia
nell’erogazione dei servizi on line. La rete civica
di Milano, la rete Iperbole di Bologna, il grande portale
di servizi di Roma a lungo curato da Mariella Gramaglia,
la rete di Venezia e di Firenze e tante altre dei Comuni
medi che il rapporto Censis ha chiamato Città
digitali sono animati dall’impegno di ricercatrici,
dirigenti e assessore che hanno in comune alcune idee:
come semplificare l’accesso ai servizi pubblici,
come rendere più trasparente e vicina l’amministrazione,
come favorire la partecipazione dei cittadini attraverso
la piazza telematica.
|
|