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MultiMedia 31 marzo 2008 n. 38 
 

DONNE E TECNOLOGIA: MA QUALE LAVORO?
ESISTONO nuovi lavori legati alle tecnologie digitali che possono rispondere alla domanda di occupazione femminile?

di Tania Renzulli

Le donne soprattutto le giovani donne hanno molta dimestichezza con le tecnologie. Ricerche recenti mostrano come, fra i giovani utenti di Internet, i principali creatori di contenuti web (blog, siti, grafica, fotografie) non sono i ragazzi ma le teenagers. Le giovani tra i 12 e i 17 anni che hanno un loro blog sono il 35%, contro il 20% dei ragazzi, quelle con un proprio sito web, sono il 32% contro il 22% dei loro coetanei.

Nonostante ciò rimane forte il dislivello tra i due sessi quando si diventa adulti, nel mondo politico come in quello professionale e anche quindi nella computer industry. La formazione femminile nel campo dell’ ICT Europa, è diminuita rispetto agli anni precedenti: le laureate in informatica sono passate dal 25% del 1998, al 22% del 2006. In Italia le iscritte nel 2006/2007 sono il 14% del totale, con un calo di quasi cinque punti percentuali rispetto al 2001/2002. La commissaria europea Viviane Reding, in occasione dell’8 marzo 2007, ha affermato che entro il 2010 il settore ICT in Europa registrerà un deficit di 300.000 figure professionali qualificate, evidenziando il rischio che le giovani donne non riescano a rispondere a questo nuovo segmento di domanda del mercato perché scarsamente presenti nelle lauree informatiche.

Per favorire l’approccio delle donne alle nuove tecnologie e al loro uso nel campo lavorativo, una prima indicazione potrebbe essere quella di incoraggiare in ogni modo l’accesso delle ragazze alla lauree informatiche. Interventi che dovrebbero avvenire attraverso l’impiego di:
1. Specifiche azioni di orientamento rivolte alle giovani donne, sia da parte delle università, sia da parte delle imprese;
2. politiche di sgravio della tassazione universitaria per quelle “coraggiose” che intraprendono questo tipo di studi;
3. iniziative culturali nei territori volte a combattere lo stereotipo tecnologie = maschio, che è una variante ancora più radicata di quella percezione diffusa che in generale rende complicato il rapporto fra donne e scienza. Dalle ricerche più attente che un gruppo di studiose sta conducendo su questo ultimo tema, si vede chiaramente che perpetuare tale stereotipo produce una spirale perversa, ovvero l’esclusione produce altra esclusione.

Le addette alle Ict in Italia sono solo il 14% del totale, un dato che ancora una volta ci colloca agli ultimi posti nell’Unione Europea. Questo significa che, a dispetto della neutralità che spesso viene attribuita alla tecnologia, i software che danno vita alla rete sono realizzati quasi esclusivamente dagli uomini. Secondo Ann MacIntosh, docente di Digital governance all’università di Leeds, intervistata da Leda Guidi, “ c’è bisogno di uno sviluppo del software più orientato al genere, più focalizzato sui contenuti, e meno orientato alla possibilità di “smanettare” solo per dimostrare cosa sa fare lo sviluppatore, prestando maggiore attenzione all’usabilità.” Il lato maschile della tecnologia, insomma, si rifletterebbe nella qualità del software e accentuerebbe il divario di genere. Al di là dei settori professionali più specialistici, siano essi hardware-core o software-core, dove è richiesta una formazione specifica, le competenze delle donne in rapporto alla Rete possono essere un veicolo di inclusione per molte altre professioni e in generale per la conciliazione fra famiglia e lavoro, che è uno dei più gravi ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di Lisbona.

Se in Italia siamo ancora fermi, secondo i dati del 2006, al 46,3%, penultimi in Europa e se 7milioni di donne italiane in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro ( nel mezzogiorno infatti il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 34 anni è del 34,7% contro il 74,3% del Nord), una delle cause risiede nell’impossibilità di conciliare tutte le sfere della vita. Agli orari di lavoro, percepiti dalle donne come poco flessibili (il 70% di loro sceglie il lavoro part time in modo volontario), si deve aggiungere il lavoro di cura dei figli e degli anziani che pesa, nel nostro Paese, quasi esclusivamente sulle donne: più di 5 ore al giorno, contro 1 ora e 35 minuti degli uomini.

Da molti anni in Italia si parla di telelavoro, fra mille diffidenze e pregiudizi. Grava sul telelavoro il sospetto che possa recare una dequalificazione di chi lo pratica, un ostacolo alla carriera o, per quanto riguarda le donne, un veicolo di nuova marginalizzazione e chiusura nel ruolo domestico, col sospetto che le telelavoratrici siano una specie di casalinghe di ritorno.

Nel recente Memorandum fra governo e sindacati sul pubblico impiego il Telelavoro è finalmente tornato fra gli obiettivi condivisi; così è avvenuto nella Direttiva per le carriere femminili nella P.A. firmato dai ministri Nicolais e Pollastrini, a cui ha lavorato personalmente Beatrice Magnolfi, sottosegretaria per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, che nel corso del convegno “DOnne e TEcnologie una DOTE per l’Italia ha approfondito il tema con le argomentazioni qui esposte. Oggi nella P.A. l’unica unità di misura certa per valutare il risultato è il tempo che si trascorre fisicamente in ufficio. Se la diffusione del telelavoro aiutasse nello sforzo di trovare altri indicatori, più qualitativi e meno quantitativi, più dinamici e differenziati, capaci di misurare davvero il merito e di diffondere la cultura del risultato, solo per questo sarebbe una grande rivoluzione, oltre che un sollievo per tante donne.
Quando il criterio è davvero meritocratico, le donne non hanno bisogno di azioni positive. Il tempo è un grande fattore di discriminazione nel lavoro. Il 25% delle donne getta la spugna dopo il primo figlio, dopo il 2° l’area della rinuncia sale al 40%. Anche il divario retributivo e di accesso alla carriera è da mettere in relazione con il tempo.

Un recente sondaggio realizzato da Lineaedp “Ict-professioni e carriere 2007” ci dice che anche nelle aziende di informatica solo il 13% delle donne percepisce redditi superiori a 50mila euro: la percentuale è di dieci punti più alta per gli uomini.
Straordinari, incarichi aggiuntivi, premi di produzione non sempre sono legati al merito, ma più spesso alla disponibilità di tempo. In generale nelle imprese, secondo i dati di una ricerca presentata lo scorso gennaio da McKinsey, le donne che ricoprono posizioni di vertice raggiungeranno nel 2035 appena il 4%, se non saranno adottati correttivi.
Sempre la stessa ricerca sottolinea però come avere più donne ai vertici delle aziende sarebbe auspicabile non solo dal punto di vista dell’equità di genere, ma soprattutto perché è economicamente vantaggioso.

Il dato più rilevante in questo senso è relativo alla leadership: le donne hanno uno stile differente dai colleghi uomini. Dalle interviste risulta che in tutte le imprese nelle quali c'è una maggior presenza femminile ai vertici - almeno il 30% dei senior manager - l'organizzazione del lavoro è più armonica e rispettosa dei valori aziendali, con più attenzione all'ambiente di lavoro, più coordinamento e controllo, più orientamento verso l'esterno. Ma anche un miglioramento dei processi decisionali. Risultato: le imprese che hanno più di 2 donne membri del board o dei comitati esecutivi, sono quelle che hanno una performance economico-finanziaria migliore rispetto a quelle guidate da soli maschi.
Nonostante questi vantaggi, se continuano ad esserci così poche donne ai vertici delle aziende, è perché il modello di impresa dominante risulta ancora molto distante da quello femminile: in quanto richiede disponibilità totale di tempo e di presenza e sopratutto una capacità di crescita lineare e costante, senza interruzioni di percorso.

Per queste ragioni, per una donna il costo sul piano personale per il conseguimento della leadership è ancora elevatissimo. Su circa 900 top e middle manager intervistati (metà uomini e metà donne), solo l'11% delle donne risulta sposata con figli, rispetto al 53% dei colleghi maschi. Secondo i dati dell’Osservatorio dell’Imprenditoria femminile 2007 di Unioncamere, il tasso di imprenditorialità femminile italiano degli ultimi cinque anni risulta il doppio di quello maschile: dal 2003 al 2007 il numero di imprese a proprietà femminile è cresciuto di quasi il 6%, portando il numero delle imprese guidate da donne a 1,2 milioni. Queste aziende sono più diffuse al Centro-Sud, operano preferibilmente nel commercio, in agricoltura e nei servizi alle persone, dove guidano 1 impresa su due, ma soprattutto crescono due volte più della media nazionale. Quest’ultimo dato dimostra come, nonostante le difficoltà di ingresso per le donne, le imprenditrici raggiungono risultati migliori dei loro colleghi uomini, nelle attività indipendenti.

A questo proposito, è il caso di rilevare come parecchie nuove iniziative imprenditoriali finanziate dalla Legge 125 sull’imprenditoria femminile e dalle nuove misure previste dal governo, ad esempio quelle messe in campo dal ministro Melandri come sostegno alle idee innovative dei giovani, riguardano le tecnologie della rete.C’è un pullulare di nuova imprenditorialità delle donne nel settore Ict. E anche di nuovi “mestieri”:Bloggers, webmasters, responsabili di portali di informazione e di servizio, coordinatrici di community on line, produttrici di contenuti multimediali, nuove protagoniste del web 2.0 si affacciano in un mondo del lavoro che è profondamente condizionato dall’informazione. Senza considerare tutte quelle imprese al femminile nel settore manifatturiero o addirittura agricolo che hanno trovato nella rete un nuovo modello aziendale, non solo per quanto riguarda la promozione e il marketing, ma per l’intero sistema di impresa. Stanno crescendo reti di donne tematiche, che veicolano contenuti di genere. Claudia Padovani ne ha fatto il censimento sull’ultimo numero del Secolo della Rete, che è appunto dedicato a “Un alto genere di tecnologia”. Women.it, Womennews.net, Dol’s, Mammeonline, Women on work, Technedonne.it e molti altri, a formare un patrimonio di conoscenza e di cultura sui temi del rapporto fra donne e tecnologie, che dovrebbe essere più riconosciuto e trovare maggior rilievo e visibilità sui siti istituzionali.

Anche nel settore pubblico vi sono presenze femminili importanti. Essere a capo dell’informatica di un ministero, come accade al ministero del Lavoro o della Pubblica Istruzione, oppure, fino a poco tempo fa, al ministero dei Beni Culturali, rappresenta una enorme opportunità per una manager pubblica. Significa avere in mano una delle leve della riforma sostanziale della P.A. . Che non è l’informatizzazione, o almeno non soltanto. Ma è la capacità di scardinare, attraverso le tecnologie digitali, le vecchie prassi burocratiche, di rottamare le procedure cartacee, di reingegnerizzare i processi produttivi, per contenere la spesa pubblica e migliorare la qualità dei servizi. E’ una donna la responsabile del progetto della Carta di Identità elettronica del ministero degli Interni. Non un ingegnere, ma una Prefetto, che ha la passione di modernizzare il paese.

Questa stessa passione ho trovato in alcune donne che sono il pilastro delle reti civiche locali o sono amministratrici di comuni importanti, all’avanguardia nell’erogazione dei servizi on line. La rete civica di Milano, la rete Iperbole di Bologna, il grande portale di servizi di Roma a lungo curato da Mariella Gramaglia, la rete di Venezia e di Firenze e tante altre dei Comuni medi che il rapporto Censis ha chiamato Città digitali sono animati dall’impegno di ricercatrici, dirigenti e assessore che hanno in comune alcune idee: come semplificare l’accesso ai servizi pubblici, come rendere più trasparente e vicina l’amministrazione, come favorire la partecipazione dei cittadini attraverso la piazza telematica.

 


 

 

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