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La stampa periodica nello stato
pontificio, dal suo primo apparire, aveva subito da parte
degli organi governativi un severo controllo effettuato
attraverso la censura preventiva e “l’indice”,
onde evitare il diffondersi di idee che potessero avversare
la morale cattolica e allo stesso tempo sovvertire un regime
politicamente assolutista. Alla comparsa delle gazzette
e delle effemeridi, la sorveglianza si intensifico al
punto di concedere l’autorizzazione solo a pubblicazioni a
carattere scientifico e letterario, mentre i notiziari
politici dipendevano direttamente dalle autorità
governative. Tale situazione rimase immutata, se si eccetua
la breve parentesi della Repubblica Romana del 1798-99, che
pur abolendo le restrizioni di stampa e proclamando i
diritti dell’uomo, non incise di molto nelle realtà
successive. Il primo editto sulla stampa dopo la
restaurazione sotto il pontificato di Leone XII, a firma del
Cardinale Placido Maria Zurla (18 agosto 1825) stabiliva che
ogni opera fosse consegnata manoscritta al Maestro del Sacro
Palazzo Apostolico e da questi sottoposta al Consiglio di
Revisione, il quale esprimeva per iscritto il suo voto.
L’opera era quindi revisionata dal Collegio Teologico e
solo a questo punto otteneva il “Nihil Obstat”.
Se il triplice giudizio risultava favorevole, il Maestro del
Sacro Palazzo segnava
l’”Imprimatur”
e presentava il manoscritto all’approvazione finale
del Cardinale Vicario.La trafila richiedeva almeno cinque
visti e veniva resa esasperante dalla lentezza. Tale clima
si mantenne fino al pontificato dei Gregorio XVI. Nella
seconda metà del 1846 anche nello Stato Pontificio, come in
altre parti d’Italia, si era accresciuta la diffusione
della stampa clandestina. A Roma alcuni periodici, nati tra
il gennaio e
l’aprile di quell’anno come Il Fanfulla e La Pallade,
influenzati dalle nuove idee liberali, tentarono timidamente
d’inserirsi in questa linea di tendenza. A incoraggiare
tali fermenti nel mondo della stampa era sopraggiunta
l’elezione di Pio IX (16 giugno 1846), che con la sua
cauta azione riformatrice, aveva innescato la miccia degli
entusiasmi e portato alla
lotta e al dibattito politico. L’amnistia del 16 luglio
1846 era infatti parsa agli esuli il segnale per far
giungere al Pontefice la loro voce attraverso i giornali. Il
governatore di Roma e il Direttore generale della Polizia,
Mons. Pietro Martini, per arginare
la situazione, vide la necessità di formare un
giornale politico non ufficiale che aprì la strada al
libero giornalismo d’opinione del 1847-49. Ben presto però
la censura cominciò a porre i suoi veti. Contro di essa si
scagliò il foglio clandestino La Sentinella del Campidoglio
(gennaio 1847), stampato da Pietro Sterbini, esule per i
moti del ’31 e rientrato a Roma grazie all’amnistia. A
tale proposito intervenne
Massimo D’Azeglio, che esortò lo Sterbini a cessarne la
pubblicazione, sperando che quanto prima il Pontefice
rivedesse le norme di censura risalenti al 1825. Il 15 marzo
1847, infatti fu pubblicato l’editto del segretario di
Stato cardinale Gizzi, che pur mantenendo le precedenti
regole di
controllo preventivo, istitutiva un Consiglio di Censura:
composto a Roma da cinque membri, eletti dal Papa, di cui
quattro laici. Un punto rilevante, che darà adito a
controverse interpretazioni, si trova tra i regolamenti di
questo editto che illustra come “…sarà lecito parlare
di argomenti di scienza, lettere ed arti e ….storia
contemporanea” cioè
la politica! L’editto lasciò grande insoddisfazione
nell’ambiente giornalistico, in quanto veniva subito visto
come una limitazione alla libertà di stampa. Il 27 marzo di
quell’anno, il Masi collaboratore del Contemporaneo
scriveva al Montanelli che gli pareva “.. tutta la forma
dell’editto sulla stampa dettata da uno spirito
visibilmente avverso ad
ogni discussione”.Infatti per impedire la trasformazione
dei giornali letterari
in politici, il cardinale Ferretti emise una circolare in
cui ribadiva che per storia contemporanea si
intendevano”… i fatti realmente
accaduti o che vadano accadendo e non l’alta
politica interna
o internazionale”.Ma la pressione dei movimenti liberali
finì per rendere inesistente la censura tra la fine del
1847 e
l’inizio del 1848. Per tutto il 1847 il foglio di maggiore
prestigio rimase il Contemporaneo, nel quale gli articoli
dello Sterbini, avvicinatosi alle idee del Mazzini, avevano
assunto sempre più importanza. Questo giornale fu portavoce
delle istanze riformiste di quel periodo e cioè ottenere:
la Guardia Civica, la Consulta, la libertà di stampa,
come pure si interessò al tema dell’indipendenza
nazionale, dopo l’occupazione austriaca di Ferrara. La
costituzione divenne a questo punto l’argomento
costante e comune della stampa, al punto che ne fu fatta
esplicita richiesta dal foglio clandestino <Amica Veritas>.Lo
Statuto Fondamentale fu pubblicato il 14 marzo 1848 e con
esso fu ratificata anche la legge sulla stampa,
regolamentata poi dal
motu proprio del 3
giugno successivo.Con questo provvedimento si contemplava
anche la presenza di un direttore responsabile, come in
Piemonte e in Toscana, e si permetteva a qualunque
cittadino, purché in possesso di determinati requisiti e
nel rispetto di alcune regole, di pubblicare liberamente. Il
16 marzo 1848 per celebrare la concessione dello Statuto,
era stato fondato L’Epoca quotidiano di matrice liberale,
che con questo titolo voleva significare l’avvento di un
periodo di progresso del nuovo regime costituzionale.
Ma all’indomani dell’ Allocuzione
del 29 aprile 1848, il malcontento riprese a serpeggiare
insieme alla diffidenza nei riguardi del Papa. Il 14 agosto
viene emanata dal consiglio dei Ministri una notificazione
in cui si ribadiva la necessità dell’applicazione del motu
proprio sulla stampa, troppo spesso eluso. Nasce in
questo periodo anche una nutrita stampa umoristico-satirica
a carattere minore. Fra quet’ultima degno di nota fu Il
Cassandrino, conservatore prima, e poi radicale, dopo
l’uccisione del Ministro Rossi. Al Cassandrino e ai
“foglietti calunniosi” si opposero i radicali
dell’<Epoca>, fondando il 4 luglio 1848, Il <Don
Pirlone>, quotidiano di caricature politiche. Il Ministro
degli Interni Pellegrino Rossi tentò di censurarlo, facendo
approvare una notificazione del Consiglio il 3 ottobre del
’48. Il < Don Pirlone> si rifiutò , e la vicenda
contribuì ad esasperare ancor più il clima politico già
teso, che portò il 15 novembre all’uccisione di
pellegrino Rossi. Fu un momento decisivo per la stampa
romana: la situazione si radicalizzò il tal modo da portare
il 24 novembre alla fuga del Papa a Gaeta. Tra il dicembre
del 1848 e il gennaio del ’49 si rafforzarono i gruppi
repubblicani. Con il governo Muzzarelli-Armellini (23
dicembre 1848) il pensiero del Mazzini, fino ad allora
diffuso a Roma con fogli clandestini, si ufficializzò nella
stampa cittadina. Ai primi del mese di dicembre 1848 Filippo
De Boni aveva fondato La voce del Popolano, durato molto
poco, a cui fece seguire Il tribuno (11 gennaio 1849), che
assorbiva L’Italia Libera, nato l’8 dicembre 1848.
Collaboratori del <Tribuno> furono Goffredo Mameli e
Francesco Dall’Ongaro. Con questi giornali si propagandò
il pensiero mazziniano e cioè: l’indipendenza, unità nazionale, proclamazione della Repubblica.Il
21 gennaio si giunse alle elezioni a suffragio universale
della Costituente Romana. Il 30 gennaio ’49 nacque il
<Monitore Romano>, che sostitutiva la < Gazzetta di
Roma>d’indirizzo papalino e con la proclamazione della
Repubblica Romana, il 9 febbraio 1849, ne divenne l’organo
ufficiale. Tra il1848 e il ’49 si pubblicarono a Roma
circa cento giornali convita più o meno breve. Essi
esercitarono, come si è visto, un’influenza a volte
determinante sul
corso degli eventi storici di quel periodo. I giornali
furono infatti, insieme ai Circoli Popolari, i centri
d’informazione-formazione politica. e se:”oggi i partiti
creano i loro giornali, in quegli anni fu la stampa
periodica a creare adesioni e simpatie dalle quali si
originarono le varie correnti politiche”.
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