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La
discussione sul trattamento delle immagini in movimento
è attualmente aperta, a livello nazionale, su diversi
fronti: dai lavori in corso nell’ambito del gruppo di
lavoro ANAI, che include archivi audiovisivi dalle
molteplici vocazioni, all’ICCU, che si sta occupando
dell’accesso agli audiovisivi conservati nelle
biblioteche, all’UNI (Ente Italiano di Unificazione),
che si sta attivando per recepire a livello nazionale il
progetto di standardizzazione della descrizione delle
opere filmiche recentemente promosso dalla Commissione
Europea.
Fino
ad oggi, gli standard concepiti specificamente per la
descrizione dei documenti audiovisivi e filmici (FIAF e
AMIM 2) sono stati fondati sullo schema biblioteconomico
ISBD – Non Book Materials e opportunamente
adeguati alle caratteristiche intrinseche di questo tipo
di documenti, quali le specifiche modalità di
creazione, la riproducibilità e le particolari
caratteristiche fisiche. Attualmente, tuttavia, questi
standard, nonostante la dichiarata specificità e il
rigoroso impianto teorico, non appaiono più adeguati a
descrivere esaurientemente il documento in sé, le sue
condizioni di conservazione e, ancora di meno, l’opera
di riferimento e lo specifico rapporto che lega opera,
documento e ulteriori documenti afferenti. Senza
tralasciare la frontiera più recente, cruciale per
l’accesso, della descrizione sistematica e
informatizzata del contenuto.
A
parte la caratteristica costante di contenere immagini
in movimento, il documento filmico e/o audiovisivo
presenta una natura estremamente varia, grazie
alla quale può essere descritto attraverso approcci tra
loro diversi:
1)
come espressione di un’opera intesa per la
pubblicazione, per la quale valgono gli standard
biblioteconomici, seppur con i limiti già esposti. Ciò
avviene in totale analogia con la descrizione
bibliografica, al punto che, a livello mondiale, si sta
imponendo l’ISAN – International Standard
Audiovisual Number, il parallelo dell’ISBN per i
documenti filmici e audiovisivi.
2)
come documento testimone di sé stesso, che,
grazie alla relazione che intrattiene con altri
documenti in un determinato contesto, si presta
piuttosto ad una descrizione di carattere archivistico.
E’ il caso, ad esempio, della descrizione di
un’opera cinematografica in relazione con i documenti
in pellicola, cartacei o iconografici che ne hanno
segnato la storia produttiva (tagli di censura, provini
di ripresa, soggetto, sceneggiatura, piani di
lavorazione, contratti, foto di scena, manifesti, etc..),
o della descrizione di un elemento filmico e/o
audiovisivo come parte di un fondo (si pensi, ad
esempio, ai materiali acquisiti e conservati dagli
archivi di film) o, ancora, di tipologie non
necessariamente concepite per lo sfruttamento
commerciale, come i film di famiglia, alle quali si
associano necessariamente, per quanto possibile, le
testimonianze di chi li ha prodotti.
3)
come “bene culturale”, secondo un approccio
di tipo “museologico”, che prevede una descrizione
puntuale, oltre che dell’opera di riferimento e della
sua reperibilità o rarità, delle caratteristiche
fisiche e delle condizioni di conservazione del
documento stesso, al fine di poterne programmare le
strategie di conservazione e restauro e garantirne, ai
contemporanei e ai posteri, l’accesso e la fruibilità.
E’
inoltre importante, al di là di questa schematica
tripartizione, prestare attenzione ad alcune ulteriori
specificità, in particolare per quanto riguarda i film
in pellicola, ormai soggetti, nella loro fisicità, ad
una progressiva “rimozione” dalla coscienza
collettiva. Nell’opinione comune, infatti, il
trasferimento su supporto digitale rappresenta un punto
di arrivo e distoglie l’attenzione dai supporti
originari, che possono essere molteplici (e non
necessariamente tutti destinati all’accesso e alla
fruizione allargata, poiché solo le copie, in pellicola
o nei loro riversamenti video, hanno questa destinazione
d’uso): negativi originari, matrici intermedie
(duplicati positivi e negativi), “scarti” del girato
(tagli e doppi), tagli di censura, tagli
“d’autore”, varie tipologie di colonne (es. quelle
separate che vengono realizzate prima del mix finale:
parlato, musica, effetti, doppiaggio), set di titoli di
testa e coda, etc…..
La
conservazione di questi materiali è affidata sia ai
laboratori di sviluppo e stampa (dove i film vengono
fisicamente realizzati), sia, in misura crescente,
grazie all’incremento delle politiche di tutela e di
accrescimento delle collezioni, alle cineteche, dove
l’acquisizione avviene secondo lo stesso schema sopra
esposto: secondo modalità di tipo
“biblioteconomico” (un esempio classico è il
deposito legale dei film e degli audiovisivi), di tipo
“archivistico” (come acquisizione di collezioni
personali o di specifici fondi, come, ad esempio, quelli
costituiti dai materiali della library di una casa di
produzione) e infine “muselogico”, poiché la
vocazione degli archivi audiovisivi non è solo di
raccolta, catalogazione e accesso dei documenti, ma
anche di restauro e di valorizzazione dei patrimoni
attraverso mostre, retrospettive, etc...
L’esposizione
potrebbe ancora continuare in rapporto alle nuove
produzioni in digitale o a tutto il vecchio analogico
che viene trasferito su supporti digitali per esigenze
di fruizione, preservazione o anche di restauro. Con
tutte le implicazioni di obsolescenza incombente dovuta
ai rapidi cambi tecnologici, di conservazione e di
trasferimento da un formato all’altro che tale
evoluzione comporta. Ma
non è necessario spingersi fino a questo punto, dal
momento che gli esempi citati, insieme all’analisi
delle diverse “filosofie” di catalogazione e al
variegato ruolo degli archivi di film sono già di per
sé sufficienti a rendere evidente la necessità di un
nuovo, specifico e articolato approccio alla descrizione
delle immagini in movimento, alla base del quale occorre
una definizione aggiornata e onnicomprensiva della
natura del documento filmico e/o audiovisivo. In questa
direzione dovranno lavorare nel futuro prossimo
cineteche, archivi, biblioteche e istituzioni
ministeriali.
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