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Le riflessioni di Giancarlo Berardi hanno reso gradevole l’ascolto, stimolato il desiderio di apprendere. L’autore di Julia è uno sceneggiatore che ha alle spalle una lunga, luminosa, carriera nel mondo del fumetto. Esordisce giovanissimo assieme all’amico e disegnatore Ivo Milazzo, con cui crea l’indimenticabile Ken Parker, e realizza altri interessanti progetti, tra cui la sceneggiatura di un avvincente Sherlock Holmes, illustrato da Giorgio Trevisan. Come egli stesso dice di sé, Giancarlo Berardi è un osservatore, una persona che guarda con curiosità il mondo che lo circonda, pescando poi nelle proprie emozioni per rendere ancora più profonde le storie che crea. Conosciamolo attraverso qualche domanda…
Come nasce il soggetto di un fumetto?
Da un’idea, da uno stato d’animo; da una sensazione che può essere il tempo che cambia, un profumo nell’aria, oppure da una notizia letta sul giornale. Qualsiasi cosa.
Quanti e che tipologia di documenti vengono prodotti durante le fasi di realizzazione di un fumetto?
Posso parlarti del mio modo di lavorare, che però è abbastanza anomalo rispetto al mondo del fumetto in generale. Parto da un’idea, a cui segue una messa a fuoco di vari personaggi, per me interessanti, che cerco di vedere a tutto tondo; immagino da dove vengano, come hanno studiato, che tipo di famiglia e di relazioni interpersonali hanno avuto, come fossero delle persone reali. Quindi scrivo i dialoghi, che suddivido in un certo numero di vignette a pagina. Segue lo schizzo della tavola stessa, e solo a questo punto scrivo la sceneggiatura vera e propria, che spedisco al disegnatore. Questi, che non vede i miei schizzi, mi invia i suoi della medesima tavola, che io verifico, comparandoli con le necessità della narrazione; se ci sono correzioni gliele comunico, altrimenti si passa alla matita e poi alla china, entrambe sottoposte ad approvazione. Alla fine di questo processo, lungo e faticoso, c’è il lettering: le battute vengono scritte a mano sulla tavola originale da una letterista. Prima che il prodotto sia finito, mi capita di leggerlo anche 5 o 6 volte. Tutti questi passaggi producono documenti: dai miei layout - gli schizzi, in termine tecnico - a quelli del disegnatore, alle fotocopie che ricevo via fax.
Quanto tempo occorre per la realizzazione di un albo?
Il disegnatore ci impiega minimo 6-7 mesi, mentre per la scrittura ne occorrono 2. Seguo contemporaneamente 13-14 storie, di cui scrivo il proseguo delle vicende procedendo giorno per giorno. Mi piace improvvisare, come un musicista jazz che inventa su un tema di base. In questo modo, a seconda dell’umore del momento e delle caratteristiche del personaggio, posso dare una piega diversa alla storia. Il lavoro risulta più fresco, meno ingessato. E io godo di maggiore fantasia e libertà mentale.
Come vengono archiviati e conservati tutti i documenti (compresi i carteggi tra gli autori e il pubblico)?
Gli originali vengono mandati a Milano, alla Bonelli, per la riproduzione fotografica, e lì restano in deposito.
Hai previsto criteri di conservazione, gestione
e riuso di questi materiali d’archivio?
Il materiale prodotto rappresenta il nostro capitale,
che dev’essere conservato per le edizioni successive.
Può capitare, com’è successo di recente, che Julia sia
ristampato da Repubblica e Panorama.
Gli Oscar Mondadori stanno editando delle antologie,
di cui è già uscito il primo volume.
Come sei approdato
alla sceneggiatura?
Sono partito recitando in teatro,
scrivendo, suonando, cantando, disegnando. All’inizio
non sapevo quale sarebbe stata la mia strada, per cui
scelsi di coltivare questi talenti diversi, fino a che
il destino o qualche avvenimento non fossero intervenuti
a indicarmi la via. Così è successo, per una serie di
combinazioni. A Genova era difficile inserirsi nell’ambiente
del cinema, della televisione o dell’editoria, per cui
è stato quasi naturale dedicarmi al fumetto, che potevo
realizzare per conto mio, come una cosa “fatta in casa”.
Quegli interessi giovanili sono poi confluiti nel mio
lavoro. Per scrivere dialoghi efficaci bisogna avere
un buon orecchio musicale e saperli recitare; la mia
passione per il disegno mi permette di eseguire degli
schizzi e di valutare i disegni degli altri: una cosa
importante, perchè un bravo sceneggiatore deve capire
e conoscere la fatica del disegnatore. Il fumetto è
davvero una fusione straordinaria, un piccolo miracolo
di sintesi: rimanda al romanzo, al cinema, ma anche
al documentario, alla fotografia, alla pittura. Per
riuscire in questa professione, sono necessari un po’
di talento, molta perseveranza, studio, e lavoro lavoro
lavoro.
Il rapporto tra sceneggiatura
e disegno: come giungere a un risultato ben calibrato
Bisogna arrivare al punto in cui il testo non prevarichi
il disegno e viceversa, ma questa fusione, questo equilibrio,
è frutto di un grande impegno e di umiltà. Tutti noi
amiamo metterci al centro del palcoscenico, invece,
qualche volta, bisogna fare un passo indietro e lasciare
la ribalta agli altri. Nella mia carriera ho concesso
molto spazio al disegno: ho sceneggiato storie intere
completamente mute, rese solo attraverso le immagini.
In alcuni episodi di Ken Parker, per esempio, i disegni
raccontano da soli, non hanno bisogno della parola.
Con Julia il discorso è diverso, perché la serie è nata
in un momento in cui i giovani avevano perso il contatto
con la lettura, quindi mi sembrava che proporre un fumetto
più “scritto”, con una parte letteraria più importante
rispetto a Ken Parker, fosse anche un atto didattico.
Il diario di Julia, è un escamotage per mostrare i suoi
sentimenti, le sue sensazioni, senza ricorrere ai balloon-pensiero,
che trovo stridenti in uno stile di scrittura realistico
e oggettivo come il mio.
Sei tu a scegliere i tuoi disegnatori?
In parte. Ci sono collaboratori
storici, come Trevisan e la Zuccheri, che avevano già
lavorato per Ken Parker. Altri li ho scelti personalmente,
come Boraley, Campi, Piccioni, Piccoli, Zaghi, che mi
stanno dando grandi soddisfazioni… Per me è una gioia
aiutare un giovane ad affermarsi. Alla mia età, dopo
aver accumulato tanta esperienza, arriva l’ora in cui
bisogna passare il testimone. È una fase bella della
carriera, in cui si ha la possibilità di trasmettere
agli altri il tesoro della propria conoscenza, affinché
continui a vivere in loro.
Per un personaggio introspettivo come
Julia è importante avere dei buoni disegnatori, in grado
di raffigurare i suoi stati d’animo. Parlami del contributo
che Sergio Toppi e Giorgio Trevisan hanno dato al fumetto.
Toppi e Trevisan sono due straordinari disegnatori,
illustratori, pittori, in grado di fare tutto. Come
tutti i grandi, sono anche molto umili. Quando si è
trattato di lavorare a Julia, si sono resi conto che
c’erano uno stile e un metodo ben precisi da rispettare,
e si sono adeguati. Loro, che consideravo miei maestri
da ragazzo. Ricordo Toppi che mi mostrava le sue tavole
con una certa apprensione, chiedendomi di indicargli
dove funzionavano e dove non. Mi ha offerto una grande
lezione: quella della modestia, della professionalità,
che consiste nel mettersi sempre al servizio della storia,
prescindendo dai personalismi.
Lo stile adottato per la raffigurazione
di sogni e visioni è fatto di linee semplici e vignette
piuttosto essenziali. Cosa riflette questa scelta?
È una tecnica che misi in atto già con Ken Parker,
un modo per rendere ben evidente lo stacco dalla realtà.
Il sogno è qualcosa di evanescente, quindi la linea
semplice, senza neri spessi, lascia al lettore più spazio
immaginativo. Le linee non del tutto chiuse - alla Trevisan,
per capirci – creano spiragli che ci permettono di entrare
nel disegno e di permearlo con le nostre esperienze
oniriche.
Che influenza ha avuto il cinema nella
tua vita e nel tuo modo di lavorare?
Sono cresciuto con il cinema, i miei genitori
mi ci hanno portato fin dai primi anni di vita. In più,
avevo un parente proiezionista che mi faceva entrare
gratis. Una grande fortuna. Il cinema era il sogno,
l’utopia, il mio modo per evadere da un mondo adulto
che trovavo deludente e squallido. Dai film ho appreso
molto: nozioni di storia, di geografia, di costume,
di buone maniere… Crescendo, poi, ho capito che il cinema
non era la verità, che spesso romanzava, stravolgeva
i fatti ad uso e consumo di qualche ideologia, tuttavia
mi ha sempre fornito stimoli per approfondire. In particolare,
mi ha colpito il suo linguaggio sintetico, naturale,
efficace, che ho cercato di trasportare nel mio lavoro
di sceneggiatore. Quando ho iniziato la professione,
all’inizio degli anni ’70, il fumetto presentava ancora
le didascalie di tempo, di luogo e i pensieri: feci
piazza pulita di tutto questo, inventandomi una grammatica
nuova. Bisogna disporre, però, di disegnatori molto
bravi, capaci di raccontare in modo chiaro il cambio
di scena, lo stacco di tempo e di luogo.
C’è un motivo particolare per cui Julia
è ambientato negli Stati Uniti?
Le ragioni fondamentali sono due. La prima è di
pura esterofilia: riguarda un immaginario comune che
tutti abbiamo assorbito dal cinema, dalla televisione,
dalla letteratura di genere e non, per cui una storia
gialla o di suspence diventa più credibile se ambientata
negli Stati Uniti. La seconda riguarda gli editori,
che difficilmente danno l’avvio a serie ambientate in
Italia, proprio perché meno gradite al pubblico. Ricordo
ancora le parole di Alberto Tedeschi, lo storico direttore
del Giallo Mondadori, il quale mi diceva che far uscire
il titolo di un autore italiano, anche bravo, significava
vendere la metà. Il pubblico italiano è esterofilo,
bisogna prenderne atto. Devo dire che, per certi versi,
ha anche ragione di esserlo. Quando vedo certe fiction
televisive, in cui i nostri carabinieri si esibiscono
nelle arti marziali, estraggono le pistole e sparano
a due mani, imitando maldestramente i cops americani,
mi viene un po’ da sorridere. In Italia queste cose
non succedono, i nostri poliziotti sono soggetti ad
altre regole, ad altri comportamenti, a un’altra cultura.
In tutta la mia carriera sono riuscito a scrivere solo
una piccola serie, che si chiama Giuli Bai, ambientata
a Genova, agli inizi degli anni ’60, nel quartiere dove
sono nato. Si tratta di 4-5 storie, in 35 anni di carriera.
Tu sei molto attento nel rappresentare la varietà
dell’esistenza:
in termini generazionali, di ceto, di etnia….
Tanta ricchezza deriva da una precisa responsabilità
verso i
lettori, o è un tuo modo di essere?
Tutte e due le cose. Da una parte è un mio modo
di essere: sono un uomo curioso, che si guarda intorno
e cerca di capire la realtà, utilizzandola poi come
uno specchio per comprendere meglio se stesso. Sento
inoltre di avere una grande responsabilità verso i lettori,
la cui fascia di età varia tra i 10 e i 60 anni. Voglio
offrire il meglio che posso, e in modo onesto, documentato.
Prima di affermare una qualsiasi cosa, faccio molte
ricerche, mi assicuro che quello che scrivo corrisponda
alla verità, per non diffondere messaggi superficiali
o addirittura fuorvianti. Molti ragazzi considerano
Julia e Ken Parker come dei modelli di riferimento,
quindi devo essere leale, attento, preparato. Naturalmente,
tutti possiamo sbagliare, e io più degli altri, ma sempre
in buona fede.
Hai già in mente quali potrebbero essere i
futuri sviluppi della
storia di Julia?
Ho offerto al mio editore il logico proseguimento
di questa serie, che è anche la naturale evoluzione
di un personaggio femminile: che Julia diventi madre.
Avevo pensato a 9 storie per i mesi della gravidanza
in cui, oltre alle normali avventure, seguissimo anche
la crescita del pancione di Julia. L’editore si è dichiarato
contrario, perché a suo giudizio - ed è il giudizio
di un professionista che ha una sintonia speciale col
pubblico da 50 anni - i lettori non accetterebbero questo
tipo di evoluzione, in un personaggio a fumetti. Un
giorno, forse, potremo riprendere in considerazione
l’idea, nel frattempo Julia dovrà aspettare. Ultimamente
si è trovata un fidanzato, speriamo che regga.
Speriamo, anche perché Julia è una donna molto
esigente!
Le donne lo sono per istinto, in quanto hanno
ricevuto dalla natura il compito di tramandare la specie.
Quando scelgono, lo fanno con avvedutezza, o almeno
dovrebbero, visto che poi dovranno portare in grembo
il frutto dei loro incontri. Sono leggi di natura semplici,
che oggi vengono spesso travisate. Penso, per esempio,
a questo malinteso senso dell’uguaglianza tra uomini
e donne, che li mette sullo stesso piano senza distinzioni.
L’uguaglianza esiste, certo, ma riguarda gli aspetti
sociali e legislativi, la dignità della persona. I ruoli
dei maschi e delle femmine, invece, restano diversi,
ancorché complementari. Alla nascita di un bambino,
il contatto tra madre e figlio stimola delle sostanze
chimiche indispensabili per la crescita e l’equilibrio
del nuovo nato. È uno di quei casi in cui la mamma non
può essere sostituita dal papà. Sono cose naturali,
che non si possono cambiare. Julia ha fatto spesso riferimento
alla necessità di ritornare alle regole elementari della
vita, per ritrovare un equilibrio in noi stessi e nella
società.
Qualche novità in cantiere?
Il prossimo 22 settembre festeggeremo il trentennale di Ken Parker con una grande mostra di disegni originali in un antico castello sul mare, a Rapallo. In quell’occasione, terrò un concerto di musica country-western dal vivo, al Teatro delle Clarisse, e preparerò un dvd con il primo episodio de Il respiro e il sogno. Sarà una sorta di breve telefilm, realizzato con i disegni originali a colori e l’aggiunta dei rumori d’ambiente e della musica. Un nuovo prodotto che ho battezzato “ComicVideo”.
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