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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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  Le Interviste MultiMedia 31 marzo 2007 n. 25

Intervista a Giancarlo Berardi

autore e sceneggiatore di fumetti
di Chiara Cristilli

Le riflessioni di Giancarlo Berardi hanno reso gradevole l’ascolto, stimolato il desiderio di apprendere. L’autore di Julia è uno sceneggiatore che ha alle spalle una lunga, luminosa, carriera nel mondo del fumetto. Esordisce giovanissimo assieme all’amico e disegnatore Ivo Milazzo, con cui crea l’indimenticabile Ken Parker, e realizza altri interessanti progetti, tra cui la sceneggiatura di un avvincente Sherlock Holmes, illustrato da Giorgio Trevisan. Come egli stesso dice di sé, Giancarlo Berardi è un osservatore, una persona che guarda con curiosità il mondo che lo circonda, pescando poi nelle proprie emozioni per rendere ancora più profonde le storie che crea. Conosciamolo attraverso qualche domanda…

Come nasce il soggetto di un fumetto?

Da un’idea, da uno stato d’animo; da una sensazione che può essere il tempo che cambia, un profumo nell’aria, oppure da una notizia letta sul giornale. Qualsiasi cosa.

Quanti e che tipologia di documenti vengono prodotti durante le fasi di realizzazione di un fumetto?

Posso parlarti del mio modo di lavorare, che però è abbastanza anomalo rispetto al mondo del fumetto in generale. Parto da un’idea, a cui segue una messa a fuoco di vari personaggi, per me interessanti, che cerco di vedere a tutto tondo; immagino da dove vengano, come hanno studiato, che tipo di famiglia e di relazioni interpersonali hanno avuto, come fossero delle persone reali. Quindi scrivo i dialoghi, che suddivido in un certo numero di vignette a pagina. Segue lo schizzo della tavola stessa, e solo a questo punto scrivo la sceneggiatura vera e propria, che spedisco al disegnatore. Questi, che non vede i miei schizzi, mi invia i suoi della medesima tavola, che io verifico, comparandoli con le necessità della narrazione; se ci sono correzioni gliele comunico, altrimenti si passa alla matita e poi alla china, entrambe sottoposte ad approvazione. Alla fine di questo processo, lungo e faticoso, c’è il lettering: le battute vengono scritte a mano sulla tavola originale da una letterista. Prima che il prodotto sia finito, mi capita di leggerlo anche 5 o 6 volte. Tutti questi passaggi producono documenti: dai miei layout - gli schizzi, in termine tecnico - a quelli del disegnatore, alle fotocopie che ricevo via fax.

Quanto tempo occorre per la realizzazione di un albo?

Il disegnatore ci impiega minimo 6-7 mesi, mentre per la scrittura ne occorrono 2. Seguo contemporaneamente 13-14 storie, di cui scrivo il proseguo delle vicende procedendo giorno per giorno. Mi piace improvvisare, come un musicista jazz che inventa su un tema di base. In questo modo, a seconda dell’umore del momento e delle caratteristiche del personaggio, posso dare una piega diversa alla storia. Il lavoro risulta più fresco, meno ingessato. E io godo di maggiore fantasia e libertà mentale.

Come vengono archiviati e conservati tutti i documenti (compresi i carteggi tra gli autori e il pubblico)?

Gli originali vengono mandati a Milano, alla Bonelli, per la riproduzione fotografica, e lì restano in deposito.

Hai previsto criteri di conservazione, gestione e riuso di questi materiali d’archivio?

Il materiale prodotto rappresenta il nostro capitale, che dev’essere conservato per le edizioni successive. Può capitare, com’è successo di recente, che Julia sia ristampato da Repubblica e Panorama.
Gli Oscar Mondadori stanno editando delle antologie, di cui è già uscito il primo volume.

Come sei approdato alla sceneggiatura?

Sono partito recitando in teatro, scrivendo, suonando, cantando, disegnando. All’inizio non sapevo quale sarebbe stata la mia strada, per cui scelsi di coltivare questi talenti diversi, fino a che il destino o qualche avvenimento non fossero intervenuti a indicarmi la via. Così è successo, per una serie di combinazioni. A Genova era difficile inserirsi nell’ambiente del cinema, della televisione o dell’editoria, per cui è stato quasi naturale dedicarmi al fumetto, che potevo realizzare per conto mio, come una cosa “fatta in casa”. Quegli interessi giovanili sono poi confluiti nel mio lavoro. Per scrivere dialoghi efficaci bisogna avere un buon orecchio musicale e saperli recitare; la mia passione per il disegno mi permette di eseguire degli schizzi e di valutare i disegni degli altri: una cosa importante, perchè un bravo sceneggiatore deve capire e conoscere la fatica del disegnatore. Il fumetto è davvero una fusione straordinaria, un piccolo miracolo di sintesi: rimanda al romanzo, al cinema, ma anche al documentario, alla fotografia, alla pittura. Per riuscire in questa professione, sono necessari un po’ di talento, molta perseveranza, studio, e lavoro lavoro lavoro.

Il rapporto tra sceneggiatura e disegno: come giungere a un risultato ben calibrato

Bisogna arrivare al punto in cui il testo non prevarichi il disegno e viceversa, ma questa fusione, questo equilibrio, è frutto di un grande impegno e di umiltà. Tutti noi amiamo metterci al centro del palcoscenico, invece, qualche volta, bisogna fare un passo indietro e lasciare la ribalta agli altri. Nella mia carriera ho concesso molto spazio al disegno: ho sceneggiato storie intere completamente mute, rese solo attraverso le immagini. In alcuni episodi di Ken Parker, per esempio, i disegni raccontano da soli, non hanno bisogno della parola. Con Julia il discorso è diverso, perché la serie è nata in un momento in cui i giovani avevano perso il contatto con la lettura, quindi mi sembrava che proporre un fumetto più “scritto”, con una parte letteraria più importante rispetto a Ken Parker, fosse anche un atto didattico. Il diario di Julia, è un escamotage per mostrare i suoi sentimenti, le sue sensazioni, senza ricorrere ai balloon-pensiero, che trovo stridenti in uno stile di scrittura realistico e oggettivo come il mio.

Sei tu a scegliere i tuoi disegnatori?

In parte. Ci sono collaboratori storici, come Trevisan e la Zuccheri, che avevano già lavorato per Ken Parker. Altri li ho scelti personalmente, come Boraley, Campi, Piccioni, Piccoli, Zaghi, che mi stanno dando grandi soddisfazioni… Per me è una gioia aiutare un giovane ad affermarsi. Alla mia età, dopo aver accumulato tanta esperienza, arriva l’ora in cui bisogna passare il testimone. È una fase bella della carriera, in cui si ha la possibilità di trasmettere agli altri il tesoro della propria conoscenza, affinché continui a vivere in loro.

Per un personaggio introspettivo come Julia è importante avere dei buoni disegnatori, in grado di raffigurare i suoi stati d’animo. Parlami del contributo che Sergio Toppi e Giorgio Trevisan hanno dato al fumetto.

Toppi e Trevisan sono due straordinari disegnatori, illustratori, pittori, in grado di fare tutto. Come tutti i grandi, sono anche molto umili. Quando si è trattato di lavorare a Julia, si sono resi conto che c’erano uno stile e un metodo ben precisi da rispettare, e si sono adeguati. Loro, che consideravo miei maestri da ragazzo. Ricordo Toppi che mi mostrava le sue tavole con una certa apprensione, chiedendomi di indicargli dove funzionavano e dove non. Mi ha offerto una grande lezione: quella della modestia, della professionalità, che consiste nel mettersi sempre al servizio della storia, prescindendo dai personalismi.

Lo stile adottato per la raffigurazione di sogni e visioni è fatto di linee semplici e vignette piuttosto essenziali. Cosa riflette questa scelta?

È una tecnica che misi in atto già con Ken Parker, un modo per rendere ben evidente lo stacco dalla realtà. Il sogno è qualcosa di evanescente, quindi la linea semplice, senza neri spessi, lascia al lettore più spazio immaginativo. Le linee non del tutto chiuse - alla Trevisan, per capirci – creano spiragli che ci permettono di entrare nel disegno e di permearlo con le nostre esperienze oniriche.

Che influenza ha avuto il cinema nella tua vita e nel tuo modo di lavorare?

Sono cresciuto con il cinema, i miei genitori mi ci hanno portato fin dai primi anni di vita. In più, avevo un parente proiezionista che mi faceva entrare gratis. Una grande fortuna. Il cinema era il sogno, l’utopia, il mio modo per evadere da un mondo adulto che trovavo deludente e squallido. Dai film ho appreso molto: nozioni di storia, di geografia, di costume, di buone maniere… Crescendo, poi, ho capito che il cinema non era la verità, che spesso romanzava, stravolgeva i fatti ad uso e consumo di qualche ideologia, tuttavia mi ha sempre fornito stimoli per approfondire. In particolare, mi ha colpito il suo linguaggio sintetico, naturale, efficace, che ho cercato di trasportare nel mio lavoro di sceneggiatore. Quando ho iniziato la professione, all’inizio degli anni ’70, il fumetto presentava ancora le didascalie di tempo, di luogo e i pensieri: feci piazza pulita di tutto questo, inventandomi una grammatica nuova. Bisogna disporre, però, di disegnatori molto bravi, capaci di raccontare in modo chiaro il cambio di scena, lo stacco di tempo e di luogo.

C’è un motivo particolare per cui Julia è ambientato negli Stati Uniti?

Le ragioni fondamentali sono due. La prima è di pura esterofilia: riguarda un immaginario comune che tutti abbiamo assorbito dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura di genere e non, per cui una storia gialla o di suspence diventa più credibile se ambientata negli Stati Uniti. La seconda riguarda gli editori, che difficilmente danno l’avvio a serie ambientate in Italia, proprio perché meno gradite al pubblico. Ricordo ancora le parole di Alberto Tedeschi, lo storico direttore del Giallo Mondadori, il quale mi diceva che far uscire il titolo di un autore italiano, anche bravo, significava vendere la metà. Il pubblico italiano è esterofilo, bisogna prenderne atto. Devo dire che, per certi versi, ha anche ragione di esserlo. Quando vedo certe fiction televisive, in cui i nostri carabinieri si esibiscono nelle arti marziali, estraggono le pistole e sparano a due mani, imitando maldestramente i cops americani, mi viene un po’ da sorridere. In Italia queste cose non succedono, i nostri poliziotti sono soggetti ad altre regole, ad altri comportamenti, a un’altra cultura. In tutta la mia carriera sono riuscito a scrivere solo una piccola serie, che si chiama Giuli Bai, ambientata a Genova, agli inizi degli anni ’60, nel quartiere dove sono nato. Si tratta di 4-5 storie, in 35 anni di carriera.

Tu sei molto attento nel rappresentare la varietà dell’esistenza:
in termini generazionali, di ceto, di etnia….
Tanta ricchezza deriva da una precisa responsabilità verso i
lettori, o è un tuo modo di essere?

Tutte e due le cose. Da una parte è un mio modo di essere: sono un uomo curioso, che si guarda intorno e cerca di capire la realtà, utilizzandola poi come uno specchio per comprendere meglio se stesso. Sento inoltre di avere una grande responsabilità verso i lettori, la cui fascia di età varia tra i 10 e i 60 anni. Voglio offrire il meglio che posso, e in modo onesto, documentato. Prima di affermare una qualsiasi cosa, faccio molte ricerche, mi assicuro che quello che scrivo corrisponda alla verità, per non diffondere messaggi superficiali o addirittura fuorvianti. Molti ragazzi considerano Julia e Ken Parker come dei modelli di riferimento, quindi devo essere leale, attento, preparato. Naturalmente, tutti possiamo sbagliare, e io più degli altri, ma sempre in buona fede.

Hai già in mente quali potrebbero essere i futuri sviluppi della
storia di Julia?

Ho offerto al mio editore il logico proseguimento di questa serie, che è anche la naturale evoluzione di un personaggio femminile: che Julia diventi madre. Avevo pensato a 9 storie per i mesi della gravidanza in cui, oltre alle normali avventure, seguissimo anche la crescita del pancione di Julia. L’editore si è dichiarato contrario, perché a suo giudizio - ed è il giudizio di un professionista che ha una sintonia speciale col pubblico da 50 anni - i lettori non accetterebbero questo tipo di evoluzione, in un personaggio a fumetti. Un giorno, forse, potremo riprendere in considerazione l’idea, nel frattempo Julia dovrà aspettare. Ultimamente si è trovata un fidanzato, speriamo che regga.


Speriamo, anche perché Julia è una donna molto esigente!

Le donne lo sono per istinto, in quanto hanno ricevuto dalla natura il compito di tramandare la specie. Quando scelgono, lo fanno con avvedutezza, o almeno dovrebbero, visto che poi dovranno portare in grembo il frutto dei loro incontri. Sono leggi di natura semplici, che oggi vengono spesso travisate. Penso, per esempio, a questo malinteso senso dell’uguaglianza tra uomini e donne, che li mette sullo stesso piano senza distinzioni. L’uguaglianza esiste, certo, ma riguarda gli aspetti sociali e legislativi, la dignità della persona. I ruoli dei maschi e delle femmine, invece, restano diversi, ancorché complementari. Alla nascita di un bambino, il contatto tra madre e figlio stimola delle sostanze chimiche indispensabili per la crescita e l’equilibrio del nuovo nato. È uno di quei casi in cui la mamma non può essere sostituita dal papà. Sono cose naturali, che non si possono cambiare. Julia ha fatto spesso riferimento alla necessità di ritornare alle regole elementari della vita, per ritrovare un equilibrio in noi stessi e nella società.

Qualche novità in cantiere?

Il prossimo 22 settembre festeggeremo il trentennale di Ken Parker con una grande mostra di disegni originali in un antico castello sul mare, a Rapallo. In quell’occasione, terrò un concerto di musica country-western dal vivo, al Teatro delle Clarisse, e preparerò un dvd con il primo episodio de Il respiro e il sogno. Sarà una sorta di breve telefilm, realizzato con i disegni originali a colori e l’aggiunta dei rumori d’ambiente e della musica. Un nuovo prodotto che ho battezzato “ComicVideo”.


 

 

 

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