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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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  Le Interviste   MultiMedia 30 settembre 2006  n.16
Il concetto di “Heritage-Bene immateriale”
dal punto di vista di Giorgio Fabretti
di Tania Renzulli

   

 
 
 

”I patrimoni viventi sono costituiti soprattutto da beni immateriali definiti dall’UNESCO come “spazi culturali” ed “espressioni culturali” vale a dire eventi che si determinano anche episodicamente, in determinati luoghi e determinati tempi; saperi, tecniche di comunicazione anche non verbali, letterature orali ecc., che pur dando luogo a performance non hanno una stabile consistenza sul territorio e prendono forma nelle occasioni interne alla vita delle comunità locali, rappresentando reali beni sul territorio”. Per questi beni l’Unesco ha messo in atto azioni di tutela e valorizzazione con il progetto: “Masterpieces of oral and intangibile cultural heritage” nel 1999 e con la “Convention for the safeguarding of intangibile culturale heritage”approvata nella 32° sessione della conferenza generale di Parigi nell’ottobre 2003.

A Giorgio Fabretti, autore del recente libro "Antropologia e storia cognitiva" abbiamo chiesto: che valore assume in questo contesto il concetto di “Heritage”?

”Heritage” è una realtà. Come concetto è quell'analisi astratta di ambienti locali del passato, che consente di inquadrare presente e futuro in una linea cosiddetta identitaria. Tale analisi va oltre la materialità dei reperti dell'eventuale museo civico, per organizzare un'esperienza del visitatore fondata sull'empatia, sulle capacità di far vivere e rivivere i reperti come la memoria fa in una mente. Heritage è una macchina della memoria e del tempo che va oltre lo 'amarcord' generazionale, verso la 'civiltà del luogo', intesa come traiettoria temporale, scia di eventi tenuti insieme da un modello tanto astratto quanto riferibile al vissuto. L'astrazione del vissuto soggettivo si ottiene attraverso la selezione operata da un etnoantropologo sulle esperienze chiave di un vissuto presente, nel cui ambiente psicologico i reperti sono collocabili mediante un contesto ricostruttivo (virtuale, museale o ambientale realistico) che renda 'leggibile' il passato con i significati del presente.

Potremo dire perciò che heritage è materialmente un servizio di 'museo ambientale', costituito prevalentemente da supporti virtuali?

Heritage è una rappresentazione a base reale (mista reperto, vivente e ricostruita) di un oggetto particolare: il tempo e il suo sentimento, che va dalla curiosità di 'chi eravamo', al 'chi siamo', al 'dove andiamo', alla 'nostalgia', 'alla critica del presente', etc.

Come lo descriverebbe?

Heritage può essere descritto come il supporto di un'esperienza guidata alla lettura empatica del passato in rapporto al presente, e dunque allo scorrere del tempo; l'identità assume allora una consistenza non razzista, ma deduttiva ed esistenziale profonda, come esperienza del minimo comune denominatore delle situazioni che nel tempo non cambiano.
Tale chiave rinvia inevitabilmente all'ambiente fisico, biologico ed umano che circonda il visitatore, che ne prende coscienza attraverso l'esperienza oscillatoria di passato e presente (dentro-fuori la ricostruzione).

Come dovrebbe funzionare?

Per il funzionamento di tale macchina sono essenziali i protagonisti del luogo, guide empatiche, virtuali o persone reali, intenzionati a trasmettere, come fanno gli autori e attori teatrali, un loro sentimento 'passato' delle cose locali. Gli ambienti conservati (esterni e interni) divengono lo strumento scenografico di una mimica empatica ('sequenza memetica') 'contagiosa', nel senso che trasmette al visitatore i 'virus culturali' (o 'memi', o 'valori') attraverso un presente che 'imita' un passato scelto per assomigliare al presente. Senza la consapevolezza scientifica della natura comunicativa e informazionale del rapporto tra passato e presente, non si può comprenderne le esigenze di traduzione e interfaccia (algebre di scambio) che fanno la differenza tra un falso, una Disneyland e un heritage, che è un analogia semantica, una riproduzione di significati, 'in vitro' vissuto, una tecnica del 'rivivere'.
Per tutta questa problematica, così sintetizzata, heritage è un'idea globale (Unesco) e al contempo un corpo di provvedimenti locali, urbanistici, ricettivi, organizzativi, con una tecnica nuova: come far rivivere e ripensare spazi con testimonianze del passato. La pluralità e polivalenza degli interventi di heritage, trova una sua unità istituzionale intorno a un centro museale della civiltà locale, variamente definibile, in cui s’incontrino nel presente i percorsi esplorativi della memoria, di anziani e giovani del posto interessati al passato, e di visitatori che seguono gli itinerari dello heritage.

Un museo di nuova concezione?

Qualcuno ha definito lo heritage come un museo di nuova concezione, in quanto diffuso, ambientale e integrato con il vivente. Dal magazzino di reperti marziani, manda un comando 'alzati e cammina', per cui i reperti vengono contestualizzati in modo 'rivivibile', 'mentalmente riusabili', dunque attraverso un'operazione più psicologica e culturale di ausilio alla lettura che materiale e costosa. Per questo le amministrazioni locali, che sono i manager naturali degli heritage, debbono utilizzare consulenti scientifici esperti nel patrimonio demoetnoantropologico, ovvero non solo nella catalogazione e conservazione, ma soprattutto nell'analisi dei significati culturali; solo questi sono in grado di razionalizzare gli interventi di heritage, contenendone i costi e ottimizzandoli a quell'effetto 'memoria' che valorizza il bene culturale con il minimo di manipolazione.

Come ad esempio, gli etnoantropologi.

Gli etnoantropologi sono specializzati in semplici 'cartelli', 'cornici', 'percorsi', 'ricostruzioni virtuali o di piccoli ambienti', etc., che con il minimo di invasività rendano leggibili e 'rivivibili' contesti e ambienti del passato.

Quanti sono gli heritage di questo tipo?

Gli heritage sinora realizzati nel mondo sono centinaia, soprattutto nel mondo anglosassone.

Grazie.

 

 

 

 

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