”I patrimoni viventi sono costituiti
soprattutto da beni immateriali definiti dall’UNESCO
come “spazi culturali” ed “espressioni culturali” vale
a dire eventi che si determinano anche episodicamente,
in determinati luoghi e determinati tempi; saperi, tecniche
di comunicazione anche non verbali, letterature orali
ecc., che pur dando luogo a performance non hanno una
stabile consistenza sul territorio e prendono forma
nelle occasioni interne alla vita delle comunità
locali, rappresentando reali beni sul territorio”. Per
questi beni l’Unesco ha messo in atto azioni di tutela
e valorizzazione con il progetto: “Masterpieces of oral
and intangibile cultural heritage” nel 1999 e con la
“Convention for the safeguarding of intangibile culturale
heritage”approvata nella 32° sessione della conferenza
generale di Parigi nell’ottobre 2003.
A Giorgio Fabretti, autore del
recente libro "Antropologia e storia cognitiva"
abbiamo chiesto: che valore assume in questo
contesto il concetto di “Heritage”?
”Heritage”
è una realtà. Come concetto è quell'analisi
astratta di ambienti locali del passato, che consente
di inquadrare presente e futuro in una linea cosiddetta
identitaria. Tale analisi va oltre la materialità
dei reperti dell'eventuale museo civico, per organizzare
un'esperienza del visitatore fondata sull'empatia, sulle
capacità di far vivere e rivivere i reperti come
la memoria fa in una mente. Heritage è una macchina
della memoria e del tempo che va oltre lo 'amarcord'
generazionale, verso la 'civiltà del luogo',
intesa come traiettoria temporale, scia di eventi tenuti
insieme da un modello tanto astratto quanto riferibile
al vissuto. L'astrazione del vissuto soggettivo si ottiene
attraverso la selezione operata da un etnoantropologo
sulle esperienze chiave di un vissuto presente, nel
cui ambiente psicologico i reperti sono collocabili
mediante un contesto ricostruttivo (virtuale, museale
o ambientale realistico) che renda 'leggibile' il passato
con i significati del presente.
Potremo
dire perciò che heritage è materialmente
un servizio di 'museo ambientale', costituito prevalentemente
da supporti virtuali?
Heritage è una rappresentazione
a base reale (mista reperto, vivente e ricostruita)
di un oggetto particolare: il tempo e il suo sentimento,
che va dalla curiosità di 'chi eravamo', al 'chi
siamo', al 'dove andiamo', alla 'nostalgia', 'alla critica
del presente', etc.
Come lo descriverebbe?
Heritage può essere descritto
come il supporto di un'esperienza guidata alla lettura
empatica del passato in rapporto al presente, e dunque
allo scorrere del tempo; l'identità assume allora
una consistenza non razzista, ma deduttiva ed esistenziale
profonda, come esperienza del minimo comune denominatore
delle situazioni che nel tempo non cambiano.
Tale chiave rinvia inevitabilmente all'ambiente fisico,
biologico ed umano che circonda il visitatore, che ne
prende coscienza attraverso l'esperienza oscillatoria
di passato e presente (dentro-fuori la ricostruzione).
Come dovrebbe funzionare?
Per il funzionamento di tale macchina
sono essenziali i protagonisti del luogo, guide empatiche,
virtuali o persone reali, intenzionati a trasmettere,
come fanno gli autori e attori teatrali, un loro sentimento
'passato' delle cose locali. Gli ambienti conservati
(esterni e interni) divengono lo strumento scenografico
di una mimica empatica ('sequenza memetica') 'contagiosa',
nel senso che trasmette al visitatore i 'virus culturali'
(o 'memi', o 'valori') attraverso un presente che 'imita'
un passato scelto per assomigliare al presente. Senza
la consapevolezza scientifica della natura comunicativa
e informazionale del rapporto tra passato e presente,
non si può comprenderne le esigenze di traduzione
e interfaccia (algebre di scambio) che fanno la differenza
tra un falso, una Disneyland e un heritage, che è
un analogia semantica, una riproduzione di significati,
'in vitro' vissuto, una tecnica del 'rivivere'.
Per tutta questa problematica, così sintetizzata,
heritage è un'idea globale (Unesco) e al contempo
un corpo di provvedimenti locali, urbanistici, ricettivi,
organizzativi, con una tecnica nuova: come far rivivere
e ripensare spazi con testimonianze del passato. La
pluralità e polivalenza degli interventi di heritage,
trova una sua unità istituzionale intorno a un
centro museale della civiltà locale, variamente
definibile, in cui s’incontrino nel presente i percorsi
esplorativi della memoria, di anziani e giovani del
posto interessati al passato, e di visitatori che seguono
gli itinerari dello heritage.
Un museo di nuova concezione?
Qualcuno ha definito lo heritage
come un museo di nuova concezione, in quanto diffuso,
ambientale e integrato con il vivente. Dal magazzino
di reperti marziani, manda un comando 'alzati e cammina',
per cui i reperti vengono contestualizzati in modo 'rivivibile',
'mentalmente riusabili', dunque attraverso un'operazione
più psicologica e culturale di ausilio alla lettura
che materiale e costosa. Per questo le amministrazioni
locali, che sono i manager naturali degli heritage,
debbono utilizzare consulenti scientifici esperti nel
patrimonio demoetnoantropologico, ovvero non solo nella
catalogazione e conservazione, ma soprattutto nell'analisi
dei significati culturali; solo questi sono in grado
di razionalizzare gli interventi di heritage, contenendone
i costi e ottimizzandoli a quell'effetto 'memoria' che
valorizza il bene culturale con il minimo di manipolazione.
Come ad esempio, gli etnoantropologi.
Gli etnoantropologi sono specializzati
in semplici 'cartelli', 'cornici', 'percorsi', 'ricostruzioni
virtuali o di piccoli ambienti', etc., che con il minimo
di invasività rendano leggibili e 'rivivibili'
contesti e ambienti del passato.
Quanti sono gli heritage
di questo tipo?
Gli heritage sinora realizzati
nel mondo sono centinaia, soprattutto nel mondo anglosassone.
Grazie.
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