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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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  Le Interviste  MultiMedia 15 marzo 2006  n. 7
IN DIFESA DEI BENI IMMATERIALI
A COLLOQUIO CON LUIGI LOMBARDI SATRIANI ANTROPOLOGO DI FAMA INTERNAZIONALE
di Tania Renzulli

                

Una vita dedicata alla ricerca, alla difesa e alla valorizzazione dei patrimoni etnoantropologici e in particolare della sua  Calabria: Luigi Lombardi Satriani, è antropologo di fama internazionale che con il suo impegno sia in ambito professionale sia politico, ha promosso la sensibilizzazione nei riguardi dei beni immateriali, a tale proposito l’abbiamo incontrato per avere una sua opinione in materia, durante la presentazione del suo ultimo libro Il sogno di uno spazio. Itinerari ideali e traiettorie simboliche nella società contemporanea.

Perché ha sentito l’esigenza di scrivere questo libro?

Perché sono convinto che sempre di più dobbiamo superare la visione monodisciplinare,  che è spesso insita  nella  nostra tradizione intellettuale. Ci sono importantissime realizzazioni nei diversi settori, ma con il difetto originario di essere monologhi. Ogni cultore di una disciplina parla solo ai propri colleghi dello stesso campo. Oggi data la complessità della società attuale è sempre più indispensabile il fatto che più sguardi da diverse visuali si intersechino, e cioè vi sia un reale scambio tra diversi campi del sapere. Lo spazio, la città  la progettazione non possono essere lasciati solo agli urbanisti, agli storici, come fosse loro esclusiva pertinenza.

Tutto  questo coinvolge anche la strumentazione antropologica e l’indagine di come lo spazio si traduca in itinerari realistici, ma anche in traiettorie simboliche e come una cultura, proprio in senso antropologico, fatta di simboli, modelli culturali, valori culturali, norme, si traduca e plasmi la spazio. Lo spazio è anche oggetto di riflessione antropologica. L’uomo per capire che lo spazio è realistico lo ha sempre imbevuto, tramato di significati simbolici. Questa è l’esigenza. Allora io ho cominciato a riflettere sulla città contemporanea, che è allo stesso tempo: spazio della massima confusione, della possibilità di smarrimento, ma anche spazio di liberta, di creatività. La città contemporanea è un’insieme di città, per classi sociali, per aree, per strati sociali, ma anche per fasce d’età, per ore del giorno e della notte. La città della notte è molto diversa dalla città del giorno e così via…Anche ciò che appare puramente fisico pensiamo al mare, in realtà è uno spazio intriso di figure simboliche, di significati pensiamo allo stretto di Messina, come questo mare sia popolato da figure mitiche. Pensiamo agli itinerari processionari, le feste e ai segni lasciati dalla cultura sul territorio, quelli che noi diciamo beni culturali, perché oggetti sporgenze realistiche, manufatti architettonici, ma anche traiettorie simboliche come dicevo prima, e credenze… anche quelle sono beni culturali, che vanno indagati servendosi degli strumenti tradizionali, ma anche delle nuove tecnologie di cui oggi possiamo disporre.

 A tale  proposito lei é stato tra i  promotori  del riconoscimento dei beni antropologici e immateriali come culturali  quando era senatore e faceva parte della  commissione cultura.

 Si, l’ho sempre affermato: sia con la mia opera di studioso, sia nei miei compiti istituzionali. Ho coordinato fra l’altro anche  la consulta per i beni etnoantropolocigici della regione siciliana e  ho fatto parte della commissione per la cultura immateriale della commissione nazionale UNESCO italiana.

 Il modo per conservare queste testimonianze sono perciò queste nuove tecnologie?

 Dobbiamo procedere al reperimento ed ad una gigantesca catalogazione di queste testimonianze, oppure continuiamo a ripetere frasi retoriche. La stessa retorica per cui troppo spesso si dice che l’Italia ha il 70% dei beni storici artistici dell’umanità, salvo poi dimenticarsi di un tale primato, con una politica di disattenzione e di scempio nei confronti dei beni culturali. Anche per i beni etnoantropoligici non basta riconoscerne l’esistenza, bisogna procedere ad una conoscenza dettagliata scientifica, per elaborare strategie politiche adeguate. Non è sufficiente la tutela e valorizzazione, ma prima di tutto bisogna conoscere questo patrimonio, per poi stabilire se intervenire.In tal senso siamo ancora al punto zero. Ripeto in Italia si fa un gran parlare di cultura, ma c’è da parte del potere politico un’ottusa grossolana insensibilità pratica, che si accompagna alla declarazione retorica dell’importanza di questi beni.

 In più parti del libro pone l’accento sulla necessità di creare centri di raccolta di questi beni, cita anche un progetto, che si doveva realizzare in tale ambito in Calabria.

 Io ho collaborato a dei volumi sulle aree interne della Calabria, mi sono occupato di quella che viene definita la “cultura taciuta”, la “cultura grecanica”, e , proprio ai fini della conoscenza di questa cultura “grecanica” in Calabria , avevo proposto tra l’altro un museo con un settore audiovisuale estremamente aggiornato.

  Quando?

 quasi venti anni, ma fra il progettare, che è dell’intellettuale, e la fase operativa che affidata al potere politico, c’è il mare del nulla… perché vengono privilegiati i progetti che si ritengono più redditizi, se non altro sul piano elettorale per non dire altro.

 Lei pone l’accento su cultura elitaria e no, e come la prima mantenga i suoi segni, mentre l’altra, se non se ne conserva la testimonianza, valendosi delle nuove tecnologie, rischia di essere definitivamente persa.

 Si. Penso che indispensabile disporre di strumenti di rilevazione e il non utilizzarli sia un’operazione suicida, e come se, avendo scoperta la scrittura e i mezzi stampa, noi affidassimo ancora alla trasmissione orale il sapere tradizionale. Torno perciò a sottolineare che, se anche disponiamo di queste tecnologie, ma poi non vi è la volontà di individuare, conoscere e conservare, si farà ben poco. Anzitutto per conoscere per guardare bisogna voler guardare.

 L’AISEA (associazione italiana per scienze etonoantropologiche) di cui fa  parte si occupa del problema?

 Sono stato presidente di questa associazione per due mandati. Sono scelte legate alla sensibilità individuale dei ricercatori. Certamente alcuni più di altri utilizzano le più recenti tecnologie per le loro attività, ma certamente nessuno può più ormai prescindere da quest’ultime, che sono ormai fondamento per il nostro lavoro. Abbiamo infatti collaborato spesso con la televisione per la realizzazione di filmati etnografici: si può scrivere un libro, ma anche produrre un video disco.

Il nostro dipartimento di studi glottoantropologici e di discipline musicali, ha all’interno un laboratorio audiovisivo in cui sono raccolti centinaia di filmati relativi a diversi paesi del mondo e a diverse aree. Questo laboratorio è dedicato giustamente a Diego Carpitella, che ha insegnato nella nostra Facoltà ed è uno degli antesignani delle rilevazioni con registratore con l’attenzione al mezzo fotografico ai documentari e a tutte le iniziative che lui diceva di “ cinesica culturale “ di studio del linguaggio dei gesti e così via…

 Quindi i multimedia sono  importanti per la didattica?

  Di estrema importanza!  

 

 

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