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Una
vita dedicata alla ricerca, alla difesa e alla valorizzazione
dei patrimoni etnoantropologici e in particolare della sua
Calabria: Luigi Lombardi Satriani, è antropologo di
fama internazionale che con il suo impegno sia in ambito
professionale sia politico, ha promosso la sensibilizzazione
nei riguardi dei beni immateriali, a tale proposito
l’abbiamo incontrato per avere una sua opinione in materia,
durante la presentazione del suo ultimo libro Il sogno di uno
spazio. Itinerari ideali e traiettorie simboliche nella società
contemporanea.
Perché
ha sentito l’esigenza di scrivere questo libro?
Perché
sono convinto che sempre di più dobbiamo superare la visione
monodisciplinare, che
è spesso insita nella nostra
tradizione intellettuale. Ci sono importantissime
realizzazioni nei diversi settori, ma con il difetto
originario di essere monologhi. Ogni cultore di una disciplina
parla solo ai propri colleghi dello stesso campo. Oggi data la
complessità della società attuale è sempre più
indispensabile il fatto che più sguardi da diverse visuali si
intersechino, e cioè vi sia un reale scambio tra diversi
campi del sapere. Lo spazio, la città
la progettazione non possono essere lasciati solo agli
urbanisti, agli storici, come fosse loro esclusiva pertinenza.
Tutto
questo coinvolge anche la strumentazione antropologica
e l’indagine di come lo spazio si traduca in itinerari
realistici, ma anche in traiettorie simboliche e come una
cultura, proprio in senso antropologico, fatta di simboli,
modelli culturali, valori culturali, norme, si traduca e
plasmi la spazio. Lo spazio è anche oggetto di riflessione
antropologica. L’uomo per capire che lo spazio è realistico
lo ha sempre imbevuto, tramato di significati simbolici.
Questa è l’esigenza. Allora io ho cominciato a riflettere
sulla città contemporanea, che è allo stesso tempo: spazio
della massima confusione, della possibilità di smarrimento,
ma anche spazio di liberta, di creatività. La città
contemporanea è un’insieme di città, per classi sociali,
per aree, per strati sociali, ma anche per fasce d’età, per
ore del giorno e della notte. La città della notte è molto
diversa dalla città del giorno e così via…Anche ciò che
appare puramente fisico pensiamo al mare, in realtà è uno
spazio intriso di figure simboliche, di significati pensiamo
allo stretto di Messina, come questo mare sia popolato da
figure mitiche. Pensiamo agli itinerari
processionari, le feste e ai segni lasciati dalla cultura
sul territorio, quelli che noi diciamo beni culturali, perché
oggetti sporgenze realistiche, manufatti architettonici, ma
anche traiettorie simboliche come dicevo prima, e credenze…
anche quelle sono beni culturali, che vanno indagati
servendosi degli strumenti tradizionali, ma anche delle nuove
tecnologie di cui oggi possiamo disporre.
A
tale proposito
lei é stato tra i promotori
del riconoscimento dei beni antropologici e immateriali
come culturali quando
era senatore e faceva parte della
commissione cultura.
Si,
l’ho sempre affermato: sia con la mia opera di studioso, sia
nei miei compiti istituzionali. Ho coordinato fra l’altro
anche la consulta
per i beni etnoantropolocigici della regione siciliana e
ho fatto parte della commissione per la cultura
immateriale della commissione nazionale UNESCO italiana.
Il
modo per conservare queste testimonianze sono perciò queste
nuove tecnologie?
Dobbiamo
procedere al reperimento ed ad una gigantesca catalogazione di
queste testimonianze, oppure continuiamo a ripetere frasi
retoriche. La stessa retorica per cui troppo spesso si dice
che l’Italia ha il 70% dei beni storici artistici
dell’umanità, salvo poi dimenticarsi di un tale primato,
con una politica di disattenzione e di scempio nei confronti
dei beni culturali. Anche per i beni etnoantropoligici non
basta riconoscerne l’esistenza, bisogna procedere ad una
conoscenza dettagliata scientifica, per elaborare strategie
politiche adeguate. Non è sufficiente la tutela e
valorizzazione, ma prima di tutto bisogna conoscere questo
patrimonio, per poi stabilire se intervenire.In tal senso
siamo ancora al punto zero. Ripeto in Italia si fa un gran
parlare di cultura, ma c’è da parte del potere politico
un’ottusa grossolana insensibilità pratica, che si
accompagna alla declarazione retorica dell’importanza di
questi beni.
In
più parti del libro pone l’accento sulla necessità di
creare centri di raccolta di questi beni, cita anche un
progetto, che si doveva realizzare in tale ambito in Calabria.
Io
ho collaborato a dei volumi sulle aree interne della Calabria,
mi sono occupato di quella che viene definita la “cultura
taciuta”, la “cultura grecanica”,
e , proprio ai fini della conoscenza di questa cultura
“grecanica” in Calabria , avevo proposto tra l’altro un
museo con un settore audiovisuale estremamente aggiornato.
Quando?
quasi
venti anni, ma fra il progettare, che è dell’intellettuale,
e la fase operativa che affidata al potere politico, c’è il
mare del nulla… perché vengono privilegiati i progetti che
si ritengono più redditizi, se non altro sul piano elettorale
per non dire altro.
Lei
pone l’accento su cultura elitaria e no, e come la prima
mantenga i suoi segni, mentre l’altra, se non se ne conserva
la testimonianza, valendosi delle nuove tecnologie, rischia di
essere definitivamente persa.
Si.
Penso che indispensabile disporre di strumenti di rilevazione
e il non utilizzarli sia un’operazione suicida, e come se,
avendo scoperta la scrittura e i mezzi stampa, noi affidassimo
ancora alla trasmissione orale il sapere tradizionale. Torno
perciò a sottolineare che, se anche disponiamo di queste
tecnologie, ma poi non vi è la volontà di individuare,
conoscere e conservare, si farà ben poco. Anzitutto per
conoscere per guardare bisogna voler guardare.
L’AISEA
(associazione italiana per scienze etonoantropologiche) di cui
fa parte si occupa del problema?
Sono
stato presidente di questa associazione per due mandati. Sono
scelte legate alla sensibilità individuale dei ricercatori.
Certamente alcuni più di altri utilizzano le più recenti
tecnologie per le loro attività, ma certamente nessuno può
più ormai prescindere da quest’ultime, che sono ormai
fondamento per il nostro lavoro. Abbiamo infatti collaborato
spesso con la televisione per la realizzazione di filmati
etnografici: si può scrivere un libro, ma anche produrre un
video disco.
Il
nostro dipartimento di studi glottoantropologici e di
discipline musicali, ha all’interno un laboratorio
audiovisivo in cui sono raccolti centinaia di filmati relativi
a diversi paesi del mondo e a diverse aree. Questo laboratorio
è dedicato giustamente a Diego Carpitella, che ha insegnato
nella nostra Facoltà ed è uno degli antesignani delle
rilevazioni con registratore con l’attenzione al mezzo
fotografico ai documentari e a tutte le iniziative che lui
diceva di “ cinesica culturale “
di studio del linguaggio dei gesti e così via…
Quindi
i multimedia sono importanti
per la didattica?
Di
estrema importanza!
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