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Nel 1996 fu pubblicata su quotidiani e
riviste, e fu messa in rete, un’immagine ottenuta dal telescopio
spaziale Hubble, oggi destinato a inesorabile usura per mancanza di
manutenzione. Secondo gli astrofisici, quella fotografia (se così
si può chiamare) “rappresenta la più remota porzione di Universo
mai vista. Le galassie più deboli, lontane circa 12 miliardi di
anni luce, mostrano l’universo come era quando la sua età era
meno del 10% dell’età che ha oggi. Esse sono 4 miliardi di volte
più deboli del limite della visione umana. Ciascun lato
dell’immagine corrisponde a 1.500.000 anni luce”
(www.pd.astro.it). Cifre da capogiro, come i paradossi che ne derivano.
Macchie e striature luminose, punti di vari
colori su uno sfondo nerastro sono l’immagine dell’universo
vicino al Big Bang, cioè al momento della sua nascita. Quanto più
lontano la tecnologia consente di spingere lo sguardo, tanto più ci
muoviamo a ritroso lungo il cammino del tempo. Secondo la
terminologia con cui si descrive il linguaggio delle immagini (fisse
e in movimento), Hubble ci restituisce un campo lunghissimo in cui, però, ciò che vediamo “non esiste”
più da miliardi di anni! Ma allora, com’è possibile che si
faccia “fotografare”? La scienza ci sta prendendo in giro? Ci
fidiamo troppo? O dobbiamo pensare che nulla svanisca davvero, che
gli eventi continuano ad esistere una volta accaduti, propagandosi
come luce per l’eternità, o almeno finché dura l’universo (e
la realtà)?
Come è noto, la luce ha una velocità che,
per quanto altissima, impiega del tempo per percorrere lo spazio. Ad
esempio, quella del sole ci mette circa 8 minuti per arrivare sulla
Terra. Così, andando a frugare con lo sguardo nei più remoti
angoli dell’universo, troviamo traccia di eventi accaduti ormai da
millenni, una traccia fatta di luce (emessa o riflessa) che si
allontana dagli eventi stessi, diventando sempre più debole… Se
oggi potessimo rivolgere Hubble verso di noi dalla stella Vega,
potremmo vedere ciò che accadeva sulla Terra circa 25 anni fa,
visto che 25 anni-luce è la distanza che separa Vega dal nostro
pianeta.
Insomma, a voler essere pignoli, dovremmo
considerare il fatto che anche le nostre percezioni visive di tutti
i giorni sono sempre leggermente in ritardo sugli eventi. Ritardo
trascurabile, ovviamente, ma che a pensarci bene dà una certa
indeterminatezza al presente. Per fortuna, abbiamo inventato la
fotografia e il cinema che, pur essendo sempre l’evocazione di
un’assenza, ci consentono tuttavia di conservare e riprodurre,
ogni volta che ne abbiamo voglia, un tempo o un istante
definitivamente spariti, ormai persi nell’universo e lontani da
noi anni-luce.
In fondo, guardare una fotografia, un film o
un telegiornale vecchi di 25 anni, è come osservare la nostra vita
dalla lontanissima Vega con un potente telescopio. |
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