| Organizzato
dall’ANAI, si è recentemente tenuto a Firenze
un seminario dedicato alla descrizione archivistica
e, in particolare, agli standard internazionali ISAD(G)
(General International Standard for Archival Description)
e ISAAR(CFN) (International Standard for Archival Authority
Records – Companies, Families and Names) e alle pratiche
ad essi correlate.
L’iniziativa, inserita nel quadro delle attività
di aggiornamento e formazione promosse dall’Associazione
Nazionale Archivistica Italiana, ha avuto come relatori
Stefano Vitali dell’Archivio di Stato di Firenze, Francesca
Ricci del Comune di Ravenna, Carlo Vivoli e Ingrid Germani,
rispettivamente dell’Archivio di Stato di Pistoia e
di Bologna, e ha visto la partecipazione di circa quaranta
archivisti di varia provenienza geografica e professionale.
Durante la prima giornata sono stati presi in esame
gli aspetti teorici e concettuali della descrizione
archivistica, con un excursus storico, ricostruito e
ripercorso da Stefano Vitali, dedicato allo sviluppo
degli approcci sia in senso diacronico che rispetto
ai diversi contesti geografici e culturali.
Rispetto a questi ultimi, ha osservato Vitali, la tradizione
italiana si distingue per il prevalere del generale
sul particolare, e cioè del contesto rispetto
alle singole unità archivistiche. Il concetto
di descrizione archivistica su cui si concorda oggi,
e che costituisce il fondamento teorico degli standard
internazionali, corrisponde infatti, secondo Vitali,
ad una “rappresentazione formalizzata” delle relazioni
che intercorrono tra le unità archivistiche in
un dato contesto, oltre che delle singole unità.
Una sorta di visualizzazione astratta, mediata dalla
cultura e dalla professionalità dell’archivista,
che, come una carta geografica rispetto al territorio
reale, permette di cogliere immediatamente struttura
e fasi formative di un fondo o di un archivio.
Francesca Ricci si è occupata, invece, dell’analisi
degli standard internazionali ISAD(G) e ISAAR(CFN),
i quali, sebbene acquisizioni recenti rispetto alla
tradizione della descrizione archivistica (risalgono
infatti, nelle loro prime formulazioni, agli anni ’90
del secolo scorso), sono ormai considerati universalmente
un riferimento imprescindibile.
L’esposizione di Francesca Ricci ha avuto come premessa
l’analisi del processo di formazione degli standard
archivistici, dai primi elaborati in ambito statunitense
negli anni ’80 a partire da esperienze biblioteconomiche
(secondo una tradizione, rappresentata in primis dalla
Library of Congress, che considera gli archivi come
parte integrante delle biblioteche), all’esperienza
canadese delle RAD (Rules of Archival Description) dei
primissimi anni ’90, le quali, pur muovendosi nel contesto
biblioteconomico delle Anglo American Cataloguing Rules,
avevano individuato nel fondo archivistico l’elemento
cruciale dell’approccio ed intuito l’importanza della
descrizione multi-livello. Proprio da questa esperienza,
ha sottolineato la relatrice, si è sviluppato,
nell’ambito dell’ICA (International Council on Archives),
a partire dal 1988, il lavoro che è poi approdato
nel 1993 alla prima edizione delle ISAD(G), attualmente
fruibili nella revisione del 2000.
Di queste ultime Francesca Ricci ha esposto gli scopi
(identificare e illustrare il contenuto e il contesto
di un fondo per promuoverne l’accessibilità;
fornire il controllo intellettuale sull’oggetto della
descrizione), ha esaminato i capisaldi (procedere dal
generale al particolare; riportare le informazioni al
livello di descrizione pertinente; mantenere queste
ultime in costante collegamento), ed ha infine analizzato
la struttura multilivellare e delle singole aree descrittive.
E’ stata anche messa in evidenza, in particolare, l’entità
dell’apporto italiano nel processo di revisione delle
ISAD(G), in particolare per quanto riguarda due precisazioni
riguardanti: 1) la definizione di fondo archivistico,
che invece di “gruppo di documenti “affini” (così
semplicisticamente definito sulla base della tradizione
anglosassone), deve piuttosto essere inteso come “un
insieme organico di documenti prodotti o accumulati
da un ente, persona, famiglia nell’ambito della propria
attività personale o istituzionale”; 2) la definizione
di “storia archivistica” del documento, che comprende
le scelte filologiche effettuate nel tempo dagli archivisti
che se ne sono occupati, in luogo del più riduttivo
“storia della custodia” riportato nella edizione 1993
delle ISAD(G).
Un’analoga disamina è stata offerta da Francesca
Ricci a proposito dello standard ISAAR(CFN) (International
Standard Archival Authority Record for Corporate Bodies,
Persons and Families), varato dall’ICA nel 1996, concepito
per la formalizzazione delle informazioni relative ai
punti d’accesso e successivamente messo a fuoco, nell’ambito
del recente processo di revisione del 2003-2004 (ancora
in attesa di pubblicazione ufficiale), come standard
per la descrizione organica dei soggetti produttori.
Anche in questo caso, ha ricordato Francesca Ricci,
l’evoluzione dello standard, grazie all’apporto italiano,
ha prodotto alcune modifiche nell’area dell’identificazione,
in particolare per quanto riguarda la necessità
di associare informazioni variabili alla forma autorizzata
di un nome (ad esempio il periodo o il contesto in cui
una certa denominazione risulti valida) o la possibilità
di riportare forme del nome normalizzate secondo regole
di descrizione diverse (in Italia, ad esempio, nel caso
in cui si voglia ricorrere alle RICA). Tuttavia, come
sottolineato dalla relatrice, il cambiamento sostanziale
tra la prima e la seconda versione delle ISAAR (CFN)
è consistito nella possibilità di riportare
più forme autorizzate di uno stesso nome (e non
una unica), cosa che è venuta a trovarsi in contraddizione
con gli attuali software di descrizione derivati dalla
prima versione delle ISAAR(CFN) e che dovrà essere
risolta in futuro.
Questo
aspetto ha introdotto la problematica affrontata durante
la seconda giornata del seminario, quando sono stati
presi in esame i principali software di descrizione
archivistica, analizzandone l’aderenza agli standard
internazionali, la flessibilità e l’adattabilità
alle diverse tipologie di fondi archivistici. L’analisi
ha riguardato in particolare i programmi “Arianna” e
“Sesamo”, la cui esposizione è stata curata da
Carlo Vivoli e da Ingrid Germani (rispettivamente degli
Archivi di Stato di Pistoia e di Bologna).
Di entrambi i software è stato dato conto della
struttura e delle funzionalità e sono stati presi
in esame pregi e difetti. In particolare, di “Arianna”
è stata messa in risalto la capacità di
rappresentare i fondi archivistici tramite visualizzazione
delle relazioni presenti al loro interno (o anche tra
fondi nell’ambito di un archivio), oltre alla particolare
attenzione riservata alla “aggregazione fisica” dei
documenti, alla dislocazione topografica e alle condizioni
di conservazione. Di “Sesamo”, invece, programma concepito
per la descrizione e l’ordinamento dei fondi archivistici
dei comuni della Lombardia, è stato messa in
evidenza la parte riguardante la descrizione dei soggetti
produttori (valutata come particolarmente aderente alle
ISAAR(CFN), e, per converso, una certa carenza, anche
rispetto allo standard ISAD(G), in quanto non prende
in considerazione le condizioni dell’accesso, lo scarto
e i dati sull’acquisizione, rivelandosi quindi poco
adatto alla descrizione degli archivi di deposito.
La
discussione che è seguita ha messo in evidenza
le problematiche relative alla capacità dei software
finora elaborati di conformarsi fedelmente agli standard
e, al tempo stesso, di adattarsi alle caratteristiche
peculiari dei diversi tipi di fondo, evitando ridondanze
e rigidità che spesso inducono l’archivista a
ricorrere a soluzioni non sempre ortodosse per adattare
le procedure descrittive all’oggetto in esame.
E’ stato anche ripetutamente sottolineato il carattere
generale e non prescrittivo degli standard, che devono
quindi essere considerati come un quadro di riferimento
generale, come una specie di minimo comun denominatore
per la compilazione dei contenuti descrittivi, e non
come una griglia fissa per l’organizzazione formale
delle informazioni nell’ambito, ad esempio, di un software
di descrizione.
Altre criticità hanno riguardato la mancanza
di una vera e propria certificazione oggettiva, “scientifica”,
dei programmi informatici e dei sistemi informativi
(ogni software si dichiara basato sugli standard, ma
c’è la possibilità di una verifica obiettiva?),
mentre da più parti è stata sollevata
l’esigenza della definizione, sia a livello internazionale
che nazionale, di regole di migrazione e di interoperabilità
universali e certificate. Soltanto nella recente revisione
delle ISAAR(CFN), infatti, è contenuto un riferimento
allo standard di metadati EAD (Encoded Archival Description),
anche se formulato ancora in maniera piuttosto generica.
Al di là delle crescenti esigenze di accesso,
interoperabilità e condivisione delle informazioni,
su questi aspetti la discussione ha messo a fuoco la
necessità imprescindibile di elaborare una strutturazione
dei dati univoca e solida, dal momento che soltanto
in questo modo i contenuti formalizzati potranno sopravvivere
al mutare di software e tecnologie.
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