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Una storia dell’Italia fotografata,
un’Italia che si guarda in uno specchio lungo sessant’anni,
attraverso gli occhi di chi, durante questo tempo, si
è fermato a fotografarla. E insieme un’analisi
su come è cambiato il mondo dell’informazione
e con esso il mestiere del fotoreporter. Sono questi
i temi racchiusi nella mostra Il fotogiornalismo in
Italia. Linee di tendenza e percorsi 1945-2005 che,
dopo la Biennale Internazionale di Fotografia di Torino
dello scorso anno, approda a Milano, al museo di Storia
Contemporanea, con un’aggiunta di 40 scatti sulla capitale
Lombarda dell’ultimo decennio.
Il fotoreporter Uliano Lucas, curatore
della mostra, ha selezionato oltre 350 immagini che
scandiscono la storia del paese, passando in rassegna:
l’Italia nell’immediato dopoguerra, la ricostruzione,
Cinecittà e la “dolce vita” romana negli anni
’60, il periodo della contestazione, il terrorismo,
la crisi della Fiat e la legislatura Craxi, l’immigrazione
e le nuove guerre.
Viene dato ampio spazio al periodo postbellico e del
Boom, che, forse non a torto, si può considerare
il più vivace per la società e la cultura
italiana dal ’45 ad oggi. Dopo l’oscurantismo fascista,
il mondo intellettuale e la stampa reagirono con un
grande respiro di libertà. Stanchi delle patinate
immagini di regime, hanno sentito con forza il bisogno
di scrivere e mostrare, con il rigore del documentario,
la reale condizione del paese.
È in questo contesto che
nasce il fotogiornalismo italiano, in ritardo di alcuni
decenni rispetto ad altri paesi europei e agli Stati
Uniti. Le proteste dei mugnai davanti alla prefettura
di Napoli, l’interno misero di un’abitazione, i volti
sporchi ed emaciati dei minatori sembrano i fermo immagine
di un film neorealista, in cui la forza della fotografia
è essa stessa cronaca.
Un po’ come nel cinema, si fece presto largo la voglia
di argomenti più leggeri: il pubblico era stanco
di brutture e voleva voltare pagina.
Il fotogiornalismo impegnato gradualmente
cedette spazio, nel favore dei lettori, a quello d’intrattenimento
e gli editori non si lasciarono scappare l’occasione,
Tra i giornali popolari, però vengono sottolineate
le esperienze di Le Ore e Vie Nuove, due rotocalchi
nati negli anni ’60 che costituiscono rari esempi di
compresenza di reportage d’informazione e d’intrattenimento.
Ma del resto sono gli anni del Boom e del cinema italiano
famoso nel mondo, gli anni della “dolce vita” romana,
dei paparazzi e delle dive. Sophia Loren, Gina Lollobrigida,
Silvana Mangano, Stefania Sandrelli, Catherine Spaak
splendide nelle foto di Chiara Samugheo e di Pierluigi
Praturlon.
Mentre negli anni Cinquanta le
fotografie erano fornite alle testate da agenzie nel
decennio successivo il fotoreporter segue il giornalista
sulla notizia per dare una maggiore caratterizzazione
delle immagini in relazione al testo.
Dopo il ’68 si osa di più.
Le immagini si fanno sempre più forti per creare
impatto sul lettore. Il terrorismo, i morti ammazzati
dalla mafia sono sbattuti sui giornali in tutta la loro
crudezza. In questo contesto di caccia alla notizia,
dove ogni testata ha il suo staff di fotoreporter, inizia
a lavorare Uliano Lucas, documentando le lotte studentesche
e operaie a Milano e Torino.
La sezione dedicata agli ultimi
quindici anni denota un appiattimento delle immagini,
che perdono parte del loro potere espressivo a favore
della spettacolarizzazione, esattamente come succede
in quei film pieni di effetti speciali usati fine a
se stessi. Negli anni ’90, con la diffusione delle banche
dati on line, si è assistito ad una standardizzazione
delle immagini, fornite da poche e grandi agenzie.
I reportage fotografici sono diventate opere d’arte
che trovano spazio nelle gallerie. E i fotoreporter?
È forse un mestiere che va scomparendo?
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