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L’occasione,
appena trascorsa, del “mese per la promozione del
libro e della lettura” svoltosi
su iniziativa dell’Istituto del libro –
Ministero per i beni e le attività culturali, ha
offerto lo spunto per alcune considerazioni su libro e
lettura rispetto alla rivoluzione digitale in corso.
Da
quando, mediante computer, supporti digitali e reti informatiche, è diventato
facilmente realizzabile il passaggio dal testo a stampa a quello in formato
elettronico, si è, nello stesso tempo, scatenato intorno a risultati e
prospettive della trasformazione un acceso dibattito tra conservatori ed
innovatori.
Per
i primi, soprattutto la lettura dei testi al computer si è rivelata un totale
insuccesso. Non solo le promesse tecnologiche non sono state mantenute, ma negli
ultimi anni il grado di risoluzione dei display non ha raggiunto neanche
lontanamente quello offerto dal testo a stampa. Inoltre, è stato dimostrato che
la lettura da schermo è più lenta e dispersiva di almeno un 30% rispetto a
quella cartacea. In più, i dispositivi per il trattamento e la lettura
elettronica dei testi, dal punto di vista della versatilità, comodità e
maneggevolezza, non sono neanche paragonabili al medium libro, universalmente
accessibile e pronto all’uso in qualsiasi occasione: a letto, in spiaggia, in
autobus ecc. Vero e proprio simbolo di questa disfatta: l’e-book, salutato
inizialmente, addirittura, come il successore del libro a stampa, ma, a distanza
di tempo, rivelatosi un flop, un fallimento commerciale e tecnologico.
Di
tutt’altro avviso gli innovatori. Per loro la storia è ben diversa. Si, è
vero, qualche problema c’è, ma le attuali inadeguatezze dei supporti digitali
rispetto al cartaceo sono temporanee, destinate a breve ad essere risolte
dall’inarrestabile sviluppo tecnologico. Insomma, alte risoluzioni, schermi
flessibili, e-paper ed inchiostri elettronici sono proprio dietro l’angolo,
dopodiché il vecchio libro a stampa potrà, definitivamente, finire in
soffitta.
Tuttavia,
le cose non sono così semplici come sia gli avversari che i fautori delle nuove
tecnologie sostengono. La questione del libro e della lettura nell’era
digitale è più complessa e non riducibile ad un mero scontro sull’efficacia
vera o presunta di una serie di dispositivi atti all’immagazzinamento,
distribuzione e lettura dei testi in formato elettronico. Ma si tratta, come
spiega Roger Chartier, autorevole storico di cultura scritta, in un suo
articolo “Leggere on line, che fatica”, uscito di recente sulla
rivista Reset, di una
questione che primariamente investe la sfera culturale. Lo studioso francese non
si oppone pregiudizialmente alla rivoluzione del testo digitale, anzi, ma vuole
però capire ciò che sta effettivamente avvenendo, ossia quali sono e saranno
le conseguenze di una comunicazione elettronica che producendo, a getto
continuo, una marea di testi non solo travolge i lettori, ma rischia di generare
uno stato di barbarie testuale. Inoltre, secondo Chartier, la rivoluzione
digitale provoca scomparse disorientanti: scomparsa dei supporti cartacei,
scomparsa dell’identità ed unitarietà di un testo, scomparsa dello stesso
autore. E quindi, che fare? Per evitare nel prossimo futuro l’irreversibile
frazionamento del libro e conseguentemente lo smarrimento del lettore, per prima
cosa va fatta chiarezza, devono essere distinti due aspetti fondamentali del
testo elettronico: da un lato una comunicazione elettronica aperta, mobile,
gratuita e dall’altro un’edizione elettronica dove il testo risulti, invece,
fissato, circoscritto e chiuso. In altre parole, per Chartier la priorità
è contrastare la tendenza alla frammentazione insita nel testo digitale inteso
sia come supporto elettronico sia come modalità di lettura. Il contrasto deve
basarsi sulla possibilità di identificare sempre l’opera a prescindere dal
tipo di supporto attraverso il quale viene diffusa e soprattutto sulla certezza
di poter sempre percepire lo scritto digitale come discorso continuo. In
definitiva, il testo digitale, accostandolo come più volte si è fatto ai
supporti dell’antichità, deve cercare di allontanarsi dal volumen per
avvicinarsi il più possibile al codex, cioè ad una lettura organizzata
all’interno di una percezione globale dell’opera.
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