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| Milano: FrancoAngeli |
2005 | pp. 134 | ISBN 88-464-6943-7 | Prezzo Euro
17,50 | Indice:
Presentazione di Stefano Zecchi
L’eredità del Surrealismo
Evoluzione della società dello spettacolo
Tentativi di individuazione di un fenomeno
La cultura dinamica: arte, massa e forme di comprensione della realtà
Multimedialità digitale e fruizione dei contenuti
Impoverimento come destino?
Arte di massa e fruizione multimediale digitale
Fonte di senso e arte di massa
L’attualità di Dwight Macdonald
Bibliografia
di Serena Barela
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Il milanese Matteo Giovanni Brega è uno studioso di Estetica e in particolare dell’arte di massa, il quale ha recentemente condensato in 134 pagine le sue riflessioni filosofiche sul mondo della comunicazione e della cultura di massa e sulle possibili radici storiche dell’imposizione del multimediale digitale e, in generale, della attuale “civiltà informatica”.
Nel suo saggio, infatti, Brega ipotizza un percorso di indagine che colloca la propria origine nelle avanguardie novecentesche, in particolare nel Surrealismo, passando per Adorno, Horkheimer, Spengler e Heidegger, per il capitalismo, fino a giungere al multidigitale, con l’avvento della Rete capace di moltiplicare all’infinito l’informazione, gli immaginari, le esperienze e rendere il medium stesso un simbolo che può riflettersi in se stesso e nelle sue infinite possibilità.
La visione cui approda l’analisi dell’autore è tutto sommato ottimistica e consolatoria perché, nonostante sia ancora tutto da verificare, la fruizione massificata attraverso il digitale comporta un recupero e una restituzione del simbolo che ne riafferma l’imprescindibilità.
La lettura, però, suscita un’altra questione che Brega non affronta: in questo scenario quale può essere la posizione degli intellettuali di fronte all’ideologia e la pratica del consumo gratuito ed illimitato? Che un file sia riproducibile e condivisibile a costi sempre più bassi aggirando la distribuzione commerciale rappresenta una delle contraddizioni del capitalismo che più spaventa le grandi corporation, ma che invece non sembra toccare la maggior parte degli autori e/o produttori. E allora può essere comprensibile il tono preoccupato del giornalista Guido Caserza quando scrive che “se è vero che nel mondo digitale andiamo celermente verso una socializzazione dei beni di consumo è anche vero che ad essa non corrisponde [...] una socializzazione dei mezzi di produzione, i quali rimangono saldamente, e anacronisticamente, nelle mani dei grandi gruppi”.
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