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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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  Recensioni>Libri-Fumetti MultiMedia 15 giugno 2006 n. 11
Lo sguardo di Julia Kendall. Quando il fumetto osserva la vita 
di Chiara Cristilli

Per Mario

Molti lettori di Ken Parker hanno espresso la loro delusione, il più delle volte con toni affettuosi, rimproverando a Giancarlo Berardi la decisione di porre fine alle avventure di “Lungo Fucile”.
Ken rappresenta, infatti, una piacevole novità nello scenario del fumetto western, sia per la sensibilità che emerge dalla trattazione di particolari tematiche, sia perché ci eravamo affezionati a questo personaggio imperfetto, che cambiava migliorando se stesso, nel suo lungo peregrinare per gli States. Interrompere poi la serie in un momento cruciale per la vita del protagonista, questo no, non ce lo saremmo proprio aspettati. Eppure, per dirla alla Cary Grant, “Meglio andarsene un minuto prima, lasciandoli con la voglia, piuttosto che un minuto dopo, avendoli annoiati”. Il celebre attore potrebbe recitare questa battuta in una vignetta, piuttosto che sullo schermo, ed essere ingaggiato proprio dal papà di Ken: la passione dell’autore per il cinema emerge anche dall’attitudine a donare i volti di noti divi ad alcuni suoi personaggi.
Quando nel ’98 la creatività del signor Berardi ci ha regalato Julia, è stato subito chiaro che si trattava di un fumetto di grande finezza, e non solo perché la protagonista ha le sembianze dell’affascinante Audrey Hepburn. La particolarità di questa nuova serie consiste, infatti, nella capacità di cogliere numerosi aspetti della vita e della modernità, proponendo ogni volta riflessioni cariche di umanità. Julia Kendall non ha una vita facile: ha perso entrambi i genitori quand’era molto piccola, non è mai riuscita ad avere una relazione duratura con un uomo, quando rincasa avverte il peso della solitudine e un profondo vuoto affettivo. In questi momenti l’unica medicina è l’abbraccio di nonna Lillian, cui Julia si reca spesso a far visita.
Pensare alla nostra protagonista come a un’eroina fragile e sentimentale, sarebbe però un grave errore. La dottoressa Julia Kendall è infatti una criminologa di Garden City, una località immaginaria del New Jersey, ovvero una professionista affermata che collabora spesso con la polizia per la soluzione di casi difficili, fornendo identikit di serial killer, partecipando attivamente a indagini rischiose. Eppure non è una donna d’azione. Il successo delle sue intuizioni deriva piuttosto dalla capacità di immergersi nel contesto in cui si trova ad operare, di ricostruire le cause che conducono alle azioni criminali. Da ciò nasce anche una naturale predisposizione ad instaurare relazioni umane basate sul rispetto e la comprensione.
Julia sorprende soprattutto per la sua capacità di apprendere: ogni indagine, ogni incontro, diventano occasione di crescita e mutamento; in questo la nostra criminologa somiglia molto a Ken Parker, solo che il suo percorso è fatto di impercettibili cambiamenti, mentre l’evoluzione di Ken è stata più rilevante nel corso del tempo. Il valore positivo della solitudine e del silenzio viene spesso evidenziato, non a caso è di notte che Julia riesce a concentrarsi meglio su di sé affrontando le sue questioni irrisolte e le proprie paure (che di frequente si trasformano in incubi notturni), e annotando i suoi pensieri su un diario. Si diceva delle tematiche affrontate dal fumetto. Esse riguardano le esperienze vissute dalla protagonista nel corso delle sue avventure. La morte, prima di tutto. In primo luogo perché Julia indaga abitualmente su casi di omicidio. Interessanti, a tale proposito, sono le vicende legate a Myrna Harrod, la serial killer protagonista del primo numero della serie, intitolato “Gli occhi dell’abisso”, che compare anche in altri albi. La Harrod è sempre riuscita ad evadere dal carcere grazie alla sua scaltrezza, il suo desiderio più ardente è quello di rincontrare Julia, della quale si dice innamorata, per ucciderla e farla per sempre sua. In questo caso prevale una volontà di possesso che lascia un senso di inquietudine. Berardi ci offre però anche un modo diverso di intendere la morte, introducendola come esperienza umana e di vita, in cui il dolore passa decisamente in secondo piano. È il caso della bellissima storia intitolata “Se le montagne muoiono” (il n° 8 della serie), ambientata in Sud Dakota. In questo episodio Julia rischia la vita, a causa del morso velenoso di un serpente; tratta in salvo dall’indiano George Valadier, che la conduce nella grotta dove vive per curarla, la giovane criminologa ha una serie di visioni. In preda al delirio, immagina di essere morta e desidera di ricongiungersi ai genitori, ma il suo destino è ovviamente diverso. L’episodio è intessuto di serenità, e la morte diventa una condizione di pace e di equilibrio. Questa vicenda potrebbe ricordare il film “Soldato blu” (di Ralph Nelson, 1970), in cui, in una situazione analoga a quella vissuta da Julia e George, i protagonisti Honus e Kathy elogiano la vita dopo aver sfiorato la morte. Chi lo sa se poi il nostro Ken non si sia qualche volta rifugiato in quella grotta, durante uno dei suoi viaggi…
La morte può dunque diventare un modo per rappresentare il nostro inconscio, una sorta di “altrove” fatto di sogni e visioni, che non sembra meno reale di ciò che intendiamo per “vita”. “Lo sciamano” (n°59) è l’albo che meglio esprime questa dimensione: qui Julia si libera quasi totalmente della propria razionalità, per abbandonarsi ad un mondo fatto di simboli e miti e, ovviamente, di morte. Linee chiare e nitide contraddistinguono tali rappresentazioni, suggerendo un’idea di primordialità. L’importanza che i sogni rivestono in molti episodi del fumetto, potrebbe farci dire, assieme a Calderón de la Barca, che “La vida es sueño”.

Julia apprezza la vita e gode della sua bellezza. Talvolta esprime i suoi pensieri con uno sguardo ridente, piuttosto che attraverso le parole. Artisti come Sergio Toppi e Giorgio Trevisan hanno disegnato per Julia le sfumature dell’animo. Dal modo in cui questa sorride, oppure osserva il suo interlocutore, possiamo indovinare ciò che sta pensando. Mi riferisco a “Nel paese di Alice” (n°30), illustrato da Trevisan, e a “L’eterno riposo” (n°11), da Toppi. Le storie trattano, rispettivamente, i temi dell’infanzia e della vecchiaia.
Ci vogliono costanza e dedizione per custodire i nostri ricordi di bambini, quel punto di vista dal quale osservavamo gli adulti, l’ importanza che davamo ai giochi. Julia nutre un amore profondo per i piccoli; in questo sentimento si intrecciano i ricordi della sua infanzia e forse un desiderio sussurrato di diventare madre. Espressive e piene di tenerezza sono le prime due pagine di “Nel paese di Alice”, che racchiudono in sé tutto il senso della storia. Trevisan ci parla della gaiezza dei bambini, delle loro risa, della loro capacità di apprezzare le cose semplici. Se però ci si allontana dai primi piani e ci si rende conto del contesto, si scoprono la solitudine, i quartieri fatti di casermoni, la difficoltà di essere bambini in un mondo ostile. Julia se ne accorge, e diventa triste. L’uso della profondità di campo rende ancora più intense alcune sensazioni. La figura sfocata di Julia che sfreccia incurante a bordo della sua Morgan, rende il lettore unico spettatore consapevole del degrado di un uomo accasciato su una panchina (pagina 2, II vignetta). Qualche vignetta dopo (la VI della stessa pagina), sarà invece Julia a guidare la nostra attenzione, attraverso uno sguardo diretto, verso la povera famigliola tratteggiata sullo sfondo. Per risolvere il caso della morte di una bimba, la criminologa dovrà ella stessa abbassarsi di un po’ e tornare a giocare con le bambole; e quando ha ormai intuito la verità, spera di aver sbagliato e glielo si legge in volto, ma la realtà dei fatti diventa una pugnalata. Julia crolla e chiede perdono alla sorellina della vittima con una carezza, perché gli adulti hanno costruito gabbie di ingiustizia, e i bambini pagano sempre per questo. In tanti altri albi si parla di infanzia, anche in modo accennato, ma con la stessa intensità ed il medesimo impegno.
Nel 1969 Borges scrisse una poesia dedicata alla vecchiaia, intitolata “Elogio dell’ombra”; uno dei versi recitava: “Vivo tra forme luminose e vaghe che ancora non son tenebra”. L’ombra rappresenta il momento del passaggio, quella saggezza che è confine tra i colori. Può inoltre indicare la condizione di quanti sono considerati marginali nella società. Una riflessione sul rapporto tra anzianità ed esclusione è offerta da “L’eterno riposo”, in cui Berardi sembra sacrificare addirittura Julia, per dare rilievo a un gruppo di pensionati che arrivano a compiere un gesto estremo, pur di richiamare l’attenzione della collettività. Toppi ha illustrato con tale maestria il fumetto, da riuscire a raccontare la vecchiaia attraverso le sue rughe. La grinzosità dei volti, la profondità nelle pieghe delle mani, fanno quasi pensare che il disegnatore milanese abbia adoperato uno scalpello per realizzarle. Pur rinunciando ad una certa verticalità –tipica delle sue illustrazioni-, Toppi raggiunge livelli di eccellenza nel segno, lasciando che anche i dialoghi creino forti suggestioni. La regolarità delle vignette è appunto funzionale alla centralità delle parole. La vita degli anziani è cupa, colma di attese e di memorie. Qualcuno spera nell’arrivo di una lettera o nella visita dei familiari, altri si rifugiano in una fantasia fatta di ricordi. La squallida casa di riposo che li ospita, suggerisce l’idea del ghetto, eppure sarà strenuamente difesa dai suoi inquilini, il cui intento è quello di evitarne l’abbattimento. Il pensionato offre, infatti, protezione a chi lo abita e teme di essere rifiutato dalla società. Come è solito fare, Berardi descrive aspetti diversi del medesimo tema. L’intreccio tra le mani di Julia e della nonna, esprime l’armonia della vita, l’idea della continuità e del passaggio.
Il diario di Julia raccoglie le lettere di quanti sentono l’esigenza di parlare delle proprie esperienze, o esprimere l’apprezzamento per il fumetto. Spesso si percepisce un tale affetto dalle parole dei lettori, che quasi sembra stiano scrivendo a una persona realmente esistente. Julia potrebbe benissimo essere un’amica o una sorella con la quale confidarsi. Qualcuno si interroga su questo aspetto, esordendo con un “Non avrei mai pensato di scrivere a un fumetto, ma…”
La spiegazione a tutto ciò potrebbe essere rintracciata nei contenuti e nel modo in cui questi vengono espressi. Julia ci parla con un linguaggio accurato ma semplice, il suo personaggio si presenta come una donna con limiti e difetti, e il più delle volte è proprio lei a pagarne le conseguenze. Talvolta le sembra di “andare a tentoni”, volendo riportare una sua espressione, e rinuncia a vivere con pienezza perché ha paura di sbagliare; altre volte si lancia con l’incoscienza di ragazzina in qualsiasi esperienza. Se si scava ancora più in profondità, ritroviamo i temi della vita e della morte, l’amore, il cambiamento, lo scorrere del tempo. Il merito di Julia è quello di riportare alla luce queste riflessioni. A ognuno poi la sua vita e, naturalmente, le proprie risposte.


SCHEDA

JULIA
di GIANCARLO BERARDI
SERGIO BONELLI EDITORE
132 PAGINE; 16x21 cm.; B/N
FUMETTO - GIALLO/NOIR
MENSILE; 3 EURO  

 

 

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