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“L’invenzione
della fotografia è un evento storico tanto decisivo quanto
l’invenzione della scrittura”, da questa folgorante
constatazione Vilém Flusser parte con un flusso di
riflessioni-aforismi talmente densi e illuminanti, al di là
di ogni valutazione personale, la cui lettura lascia con il
fiato sospeso fino alla fine.
Il piccolo volume Per una filosofia della fotografia è
avvincente e non si può che “scansionarlo” pieni di
meraviglia. A maggior ragione considerando che la prima
edizione di questo prezioso volumetto risale al 1983. Questo
è anche uno dei motivi per cui, per parafrasare ancora
l’autore, si rivela un testo magico che, grazie a questa
magia, fornisce delle chiavi formidabili per scardinare le
porte chiuse di ogni “idolatria” o “testolatria”, per
infrangere schermi e per avviare quella critica alle immagini
tecniche, oggetto di studio, ormai da tempo, da un filone
della storiografia contemporanea. Del resto, come afferma
l’autore, “fino a quando non disporremo di una critica del
genere, rimarremo, in materia di immagini tecniche,
analfabeti”, e per immagini tecniche non ci si riferisce
solo alla fotografia, ma anche alle immagini in movimento,
alla televisione e al cinema. “Nessuno è in grado di
resistere a questa forza d’attrazione delle immagini
tecniche – nessuna attività artistica, scientifica o
politica che non miri a esse, nessuna azione quotidiana che
non voglia essere fotografata, filmata, ripresa con la
videocamera. Tutto aspira infatti a restare eternamente nella
memoria e a diventare ripetibile all’infinito. Oggigiorno,
ogni avvenimento mira allo schermo televisivo o
cinematografico o alla foto, per tradursi così in uno stato
di cose, riducendosi a un rituale magico e ad un movimento
ripetibile all’infinito.”. Per una critica delle nuove
fonti si rivela pieno di spunti il capitolo dedicato al
“gesto fotografico”, in cui l’analisi serrata delle
intenzioni dei tanti gesti del fotografo (ma anche del
cineasta, del regista) porta, tra l’altro, alla
constatazione dell’impossibilità di fatto di controllare il
processo produttivo che resta prerogativa del “programma
dell’apparecchio”, anche quando il fotografo “crede di
agire contro tale programma”.
Particolarmente curioso e intrigante è proprio il capitolo
dedicato all’ “apparecchio fotografico”, in cui
l’autore teorizza ed esplicita i nuovi rapporti di potere
non solo tra fotografo e macchina, ma anche tra l’uomo
funzionario e gli apparati nella politica e nella società
contemporanee, nelle quali traspone e analizza il significato
etimologico, confrontando i termini “apparecchio” e
“apparato”.
Nell’ultimo capitolo, dedicato alla necessità di una
“filosofia della fotografia”, l’autore dà delle
risposte positive e ottimistiche sulla possibilità di
“raggirare l’ostinazione dell’apparecchio” e su quella
di “introdurre clandestinamente nel suo programma intenzioni
umane che non vi erano previste”, fino a “costringere
l’apparecchio a generare qualcosa di imprevisto, di
improbabile …”. Ecco dunque che una filosofia della
fotografia diventa fondamentale per l’autore, al fine di
arrivare a quella libertà necessaria dell’atto, unica
“strategia per sottomettere caso e necessità
all’intenzione umana. Libertà significa giocare contro
l’apparecchio”. E, come conclude Flusser, una filosofia
della fotografia “è necessaria, poiché è l’unica forma
di rivoluzione che sia ancora concessa”. In appendice al
volume è stato inserito un “Lessico dei concetti” che,
rivisitando il significato di termini quali fotografo,
decifrare, codice, entropia, storia, universo, utensile, etc.
secondo le chiavi filosofiche ed etiche proposte nel volume,
vuole evidenziare nodi critici e stimolare riflessioni al fine
di continuare a lavorare a una necessaria filosofia della
fotografia.
Tale incitazione è stata in parte raccolta, non sappiamo
quanto consapevolmente o intenzionalmente, dall’autore del
secondo volume della Bruno Mondadori, che vi proponiamo,
L’immagine infedele. La falsa rivoluzione della fotografia
digitale , scritto da Claudio Marra ed edito per la prima
volta nel 2006.
Come l’autore sottolinea nella Premessa, il libro,
strutturato per “isole tematiche”, non è “contro il
digitale ma certo è contro una particolare interpretazione
del digitale”, da parte di coloro che nel sostenere a spada
tratta il nuovo sistema digitale hanno e stanno conducendo una
“radicale critica della fotografia analogica, a loro dire
pesantemente viziata da talune tare genetiche oggi finalmente
sanate dal nuovo sistema”. Con entusiasmo l’autore propone
quindi un’analisi serrata tra i due diversi sistemi, non
tanto per arrivare a definire la supremazia di uno rispetto
all’altro, o la fine del vecchio con l’avvento del nuovo,
quanto come pretesto per tornare a riflettere su una questione
fondamentale per l’identità della fotografia, ovvero la
“questione del referente”, alla quale è strettamente
legata quella del rapporto della fotografia con la realtà,
del ruolo del fotografo, della capacità del mezzo di mentire,
falsificare, interpretare e quindi di diventare arte, della
responsabilità etica ed estetica dell’autore.
Claudio Marra, nella Premessa e nel primo capitolo,
ricostruisce dunque il dibattito storiografico e filosofico su
tali questioni e sul tema/confronto tra sistema analogico e
sistema digitale. Nel successivo capitolo l’attenzione si
sposta sul confronto tecnico e sulla storia delle due diverse
tecnologie, analogica e digitale, data la convinzione, come
viene precisato dall’autore, seguace delle teorie di
Marshall McLuhan, “che ciò che chiamiamo significato o
messaggio derivi direttamente dalla struttura materiale del
mezzo stesso”, ovvero che “il medium è il messaggio”,
per cui se la fotografia, digitale in particolare, “ha un
suo messaggio questo non può che derivare da una eventuale
originale struttura tecnica”.
Il terzo capitolo si avventura invece nel confronto con le
teorie semiotiche, o meglio nella spiegazione dei due
concetti/sistemi, digitale e analogico, alternativi l’uno
all’altro, anche nelle modalità di correlazione tra segni e
realtà.
Il capitolo seguente è dedicato al rapporto della fotografia
con l’arte e la produzione artistica, analizzato
nell’ambito dei due sistemi, anche con l’ausilio di schede
campione su autori/artisti/fotografi, con lo scopo di
aggiungere degli spunti di riflessione sull’identità, in
generale, della fotografia.
Il volume è corredato, in appendice, di altri due testi. Il
primo, già precedentemente pubblicato dall’autore, è qui
riproposto per l’attualità delle tematiche e delle tesi ivi
affermate, che ben si legano a quelle a mano a mano delineate
nel percorso tracciato nei capitoli precedenti. Curioso
davvero l’ultimo testo, A che santa votarsi?, dove viene
narrata la storia di santa Veronica Giuliani e di altre sante
a ognuna delle quali, in periodi differenti, è stato
attribuito il patronato della fotografia. A tale proposito
l’autore si chiede se, con il sistema digitale, e dunque con
il presunto mutato rapporto tra fotografia e realtà, non
inizi una nuova procedura per individuare una santa esclusiva,
patrona della fotografia digitale. |
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