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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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MultiMedia  gennaio 2007  n. 22

TRA ALCHIMISTI, ERUDITI, SCIENZIATI: UNO STUDIO SPECIALISTICO SULL’ARCHEOLOGIA DELL’IMMAGINE FOTOGRAFICA

di Antonella Pagliarulo


Italo Zannier

Il sogno della fotografia

Skrira editore
2006
pagg. 85
€ 16, 00

“Questa non è un storia della fotografia…semmai, è una microstoria della sua archeologia”:  così Italo Zannier introduce il suo ultimo libro sul sogno della fotografia. 

Lo storico esplora gli studi e le osservazioni di scienziati ed alchimisti sui materiali sensibili alla luce, sugli strumenti dell’ottica, indaga  la letteratura profetica, per mostrare come sia vivo e si rinnovi nel corso del secoli il sogno ancestrale di catturare, custodire  e/o clonare la realtà.

L’ansia di “conservare” l’immagine di una persona si rintraccia, spiega l’autore, nelle fiabe e nelle leggende, dal mito di Narciso allo specchio parlante della matrigna di Biancaneve, nel culto  medievale delle reliquie,  conservate in piccole custodie assieme ad uno specchio che sembrava assorbire le immagini venerate; giunge fino al dagherrotipo, romanticamente  definito “specchio della memoria” e dove il volto è congelato magicamente nell’argento mercuriato...Il tema dell’immagine, a volte ombra, a volte simulacro, attraversa il pensiero filosofico occidentale, (l’autore ricorda Platone, Epicuro) si manifesta nel profetico racconto di viaggio del medico francese Tiphaigne de La Roche, al quale  Zannier dedica  un intero capitolo. In “Giphantie”, pubblicato nel 1760,  Tiphaigne descrive la fotografia 60 anni prima delle eliografie di Nièpce, 77 prima della nascita del dagherrotipo. Nel capitolo “La Tempeste” il protagonista, guidato in un sotterraneo nel cuore dell’Africa da un personaggio - una sorta di sacerdote -   scopre con meraviglia che l’emozionante  spettacolo di mare in tempesta sul quale sembra aprirsi una stanza è un’immagine illusoria,  un dipinto. Ciò che sbalordisce da sempre gli storici della fotografia è il modo in cui la guida spiega al viaggiatore  le modalità di realizzazione del quadro: sembra parlare dei  processi tecnico-scientifici messi in atto per ottenere una fotografia.

Facciamo un salto indietro. Il saggio di Zannier si apre con l’omaggio ad uno scienziato italiano della fine del Seicento,  Marco Antonio Cellio, socio dell’Accademia fisico-matematica di Roma e autore di un opuscolo  - “Descrizione di un nuovo modo di trasportare qualsiasi figura disegnata in carta, mediante i raggi solari”[…]- che alcuni studiosi ritennero, qualche mese dopo  la presentazione a Parigi, il 7 gennaio 1839, della meravigliosa scoperta di Daguerre  battezzata il “dagherrotipo”,  prova di un primato italiano nell’invenzione della fotografia. Ma, spiega lo storico, “lo strumento del Celio serviva ad altro e nulla aveva a che fare con la fotografia”… Zannier ricostruisce  la storia degli studi di scienziati ed  eruditi sulle  camere oscure, partendo dall’astronomo arabo Alhaze per arrivare al matematico Talbot, sulle macchine ottiche  utilizzate nel Settecento dai pittori (dal  Cataletto  al Guardi) e oggetto di uno studio di Mastai Ferretti (il  futuro papa Pio IX) nel 1819. Un intero  capitolo è poi dedicato agli inventori ufficiali della fotografia (Nièpce, Daguerre, Talbot, Bayard) e ai presunti ideatori: poiché “in ogni nazione ci fu chi cercò di denunciare e rivendicare la priorità o la contemporaneità dell’invenzione”.

L’ultima parte del saggio è dedicato agli studi degli alchimisti sui materiali sensibili alla luce, prima di tutto il fosforo, scoperto nel 1669 da “un tal Brandt di Amburgo”  distillando “l’urina mescolata con argilla e calce durante un rito alchemico”. Sostanza che, scrive l’autore, avviò precocemente gli studi secolari, tenaci verso la foto-grafia: il  processo per cui la luce è protagonista,  disegna sottraendo oscurità all’ombra. Non a caso Abel Nièpce de Saint-Victor avrebbe fatto degli esperimenti “fotografici” anche con il fosforo capace di “saturarsi di luce”. A questa misteriosa sostanza luminescente nell’oscurità dedicò i propri studi ancora il Cellio, scrivendo un opuscolo dal titolo “Fosforo o‘ vero la pietra bolognese per rilucere frà l’ombre” […]

Il volume è corredato da una curata rassegna di immagini che illustrano le  riproduzioni degli opuscoli citati nel saggio, di ritratti di scienziati ed alchimisti, di disegni di macchine ottiche, riproduzioni di xilografie, incisioni, affreschi sui temi dell’immagine, dello specchio, della luce





 

 

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