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Aut.Trib. di Roma n.124 del 25 marzo 2005
 
 
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  primo piano   MultiMedia 1 novembre 2007 N. 31

Storia ed evoluzione del sistema televisivo. Seconda parte

di Romina Toscano

Possiamo a questo punto, tracciare una linea di sviluppo del sistema televisivo, fissando degli intervalli di tempo (fasi) che, per evoluzione tecnologica e ricchezza di contenuti, hanno caratterizzato la storia della televisione.

Fase della scarsità
La prima fase caratterizza tutto il primo periodo prototelevisivo e paleotelevisivo, sia esso statunitense che europeo.
Negli Stati Uniti la tecnologia elettronica televisiva era stata messa a punto già negli anni Venti e Trenta. Nel ’39, infatti, si hanno le prime trasmissioni sperimentali. La diffusione del televisore, come anticipato sopra, fu rallentata da due problemi: lo scoppio della Seconda guerra mondiale e il congelamento decretato dal governo. Due anni più tardi la Federal Communication Commition (FCC) dà il via libera alle prime trasmissioni per uso domestico, approvando il conseguente avvio delle sperimentazioni dei piani per lo sviluppo del mezzo.
In Italia il ’39 segna anch’esso l’inizio delle trasmissioni sperimentali, anche se il ritardo accumulato dal paese per la sperimentazione sulla «radiovisione circolare»4 sarà uno dei motivi della tanto citata anomalia del caso italiano (Morcellini, 1986). In Europa è la Germania nazista a realizzare il primo spettacolo televisivo regolare, nel 1935, definito dagli stessi capi del regime come il primo al mondo.
Ma è negli Stati Uniti che il mezzo conosce una crescita e una diffusione senza precedenti. La fine del conflitto determinò il rifiorire del benessere economico e l’aumento della possibilità di acquisto da parte delle famiglie americane, ancora più marcato data l’uscita del paese dalla crisi economica degli anni Trenta. L’incremento del potere d’acquisto e i dati di crescita vertiginosi del televisore resero necessario, come anni prima per la radio, l’intervento del governo sul controllo delle frequenze televisive. La crescita delle domande di nuovi permessi di trasmissione fu il risultato di questa corsa al benessere Il fatto che, fino ad allora, la televisione era in grado di trasmettere solo tredici canali VHF in tutto il paese determinò l’intervento severo del governo per evitare il verificarsi di interferenze del segnale. Era necessario capire in che modo si producevano le interferenze nelle trasmissioni terrestri e organizzare, di conseguenza, un piano che arrivasse ad una razionale dislocazione degli impianti di trasmissione. In questa situazione la FCC si pronunciò per il blocco temporaneo dei permessi a trasmettere che si protrasse fino al 1952, quando fu revocato il blocco delle licenze, e le domande da parte di nuove stazioni arrivarono da regioni del paese del tutto scoperte.
Si può notare come, negli anni seguenti alla fine del conflitto, soprattutto in Europa, l’ atteggiamento accentratore caratterizzi l’intera disciplina del sistema televisivo. Questo atteggiamento a favore di un regime pubblicistico derivò delle caratteristiche tecniche del mezzo.
Inizialmente, il nuovo medium ereditò gran parte della tradizione radiofonica, sia riguardo le strategie di finanziamento che i generi di trasmissione, operando un vero e proprio travaso di esperienze e competenze: l’idea stessa di network si sviluppa con la radio.
In Italia il fenomeno televisore ebbe una diffusione decisamente inferiore rispetto agli Stati Uniti e questo derivò sicuramente dal livello di benessere delle famiglie americane, ma anche dalla situazione di lenta ripresa del nostro paese, che fiorirà di colpo negli anni Sessanta.
I primi televisori che compaiono nei negozi erano dei grandi mobili con incastonati i primi cinescopi ancora circolari dal costo 250.000 lire, diminuendo in un anno fino a 160 – 180 mila lire, sempre eccessivo se paragonato alla una paga di un operaio di circa 40.000 lire al mese.
I bar, le locande e le cantine con televisore si trasformarono in vere e proprie sale cinematografiche con ordinate file di sedie per gli spettatori.
Gli anni ’60 e ’70 vedono un periodo di intense trasformazioni istituzionali determinati dall’affermarsi di nuovi principi e regole nei rapporti tra Stato e emittenti e tra lo stesso e i cittadini.
In verità, la disciplina televisiva rimane sostanzialmente invariata per molti anni, a favore del modello pubblicistico. In ambito europeo, l’abbandono di tale modello era tutt’altro che facile, proprio per l’assenza di una espressa disciplina del mezzo radiotelevisivo.
Da qui lo sviluppo di un intenso dibattito, soprattutto in ambito europeo che ebbe come argomento centrale le caratteristiche prettamente tecniche del mezzo, le frequenze via etere limitate e il suo impatto sociale sulla informazione e sulla formazione sia culturale che politica dei cittadini. Su questa base si è proceduto, in quegli anni, ad una riforma del regime pubblicistico in favore di un rapporto equo tra servizio pubblico e pluralismo informativo. Si trattò di leggi che, seppur differenti nelle applicazioni dei singoli stati europei, mantenevano un elemento base in comune: il tentativo di elaborare un compromesso tra monopolio pubblico e le esigenze di una informazione quanto più libera e imparziale possibile.

Fase intermedia

Con l’inizio degli anni Ottanta prende il via la seconda fase dell’evoluzione del sistema televisivo. E’ in questi anni, infatti, che in molti paesi si assiste a una serie di cambiamenti sull’assetto del sistema televisivo europeo, che comportò un grande salto qualitativo nel processo di riforma del regime pubblicistico.
Fu questa una fase molto delicata, caratterizzata da una serie di accelerazioni tecnologiche (reti via cavo, satellite9 e cosi via), che portarono al superamento della limitatezza tecnica del mezzo e della crescente pressione proveniente dal mondo imprenditoriale e pubblicitario, per una liberalizzazione prima e per una successiva privatizzazione dell’attività radiotelevisiva.
La prima fase di liberalizzazione vide come protagonista il settore della tv via cavo. Già nel decennio precedente questo tipo di comunicazione era stata autorizzata secondo certi condizioni e limiti. Ora, una volta dimostrato che, sebbene in ambito strettamente locale, la disponibilità di frequenze utilizzabili, includendo un margine di interferenze reciproche, rendeva possibile l’avvio di una serie di iniziative private, veniva meno uno dei motivi basilari per la permanenza del monopolio pubblico dell’attività televisiva via etere. In ambito locale, infatti, iniziarono le prime esperienze private, anche se relativamente al settore radiofonico: la cosiddetta “stagione dei cento fiori”. Il fenomeno di liberalizzazione dell’attività televisiva ebbe forme diverse nei vari stati. In alcuni paesi, soprattutto nordeuropei, il processo riguardò sia il settore radiofonico che quello televisivo, via etere o via cavo, come avvenne in Danimarca e Belgio. Naturalmente, tale attività fu sostenuta e regolamentata attraverso l’istituzione di appositi organi di vigilanza, le
Authority. In altri interessò solo l’ambito radiofonico, in altri ancora il solo settore via cavo.
In paesi come Francia, Inghilterra, Italia e Germania fu prevista la possibilità di avviare iniziative private anche a livello nazionale, sebbene mostrarono atteggiamenti di forte diffidenza, mantenendo la forte convinzione che il regime monopolista fosse quello che meglio di altri fosse in grado di garantire e mantenere la libertà di espressione e il pluralismo informativo: il caso italiano ne è un esempio paradigmatico. E’, per il sistema televisivo, un momento epocale che determinerà in maniera determinante il futuro del sistema stesso. Si afferma, così, un tipo di sistema nuovo, misto, in cui il nuovo polo privato si presenta come valida alternativa di trasmissione. La televisione pubblica non deve più temere la sola concorrenza di emittenti private free, dal taglio essenzialmente
generaliste, con cui combattere ad armi sostanzialmente pari.
Con i primi anni ’90 fanno il loro ingresso in campo le cosiddette Pay-TV, la cui peculiarità è quella di circoscrivere il target di pubblico a cui “vendere la merce”, mediante l’offerta di un pacchetto basic di contenuti di cui si fruisce mediante abbonamento. Naturalmente, l’operatore a pagamento è impegnato ad accompagnare la propria offerta con qualcosa in più che funga da valore aggiunto rispetto all’offerta delle Tv generaliste per soddisfare le esigenze di un abbonato, che determina le linee editoriale dell’emittente molto di più rispetto al telespettatore generalista

Fase dell’abbondanza (sistema misto e uso del satellite)

Gli anni che viviamo adesso rientrano in quella che può essere definita la terza fase del sistema televisivo. Il sistema, oggi, ha raggiunto la sua fase di maturità e per molti versi di saturazione, sia dal punto di vista tecnico, con le esplosioni di una serie di nuovi servizi (siano essi via rete o terrestre), che dal punto di vista dei contenuti, con la tendenza verso una progressiva targettizzazione dell’ offerta all’utente.
Tutto questo ha alla base il consolidamento di un modello di sistema radiotelevisivo «misto» pubblico-privato, stabilito legislativamente, in cui l’organo pubblico conserva un ruolo di superiorità rispetto all’iniziativa privata, ma il cui equilibrio sembra essere, comunque, molto precario e provvisorio, tanto da non ritenersi come un punto di arrivo, ma come una tappa di un successiva e perenne evoluzione.
Questo deriva, in ambito europeo, dal fatto che non è più possibile affrontare il problema del ruolo e della disciplina del servizio radiotelevisivo pubblico mantenendo un’ottica di diritto interno, legata alla necessità di riservare allo stato il controllo dell’organizzazione dell’intero sistema e alla giustificazione sul piano nazionale di questa riserva. Il diritto comunitario ha raggiunto, per la disciplina del sistema televisivo pubblico, un’influenza di grande rilievo, stabilendo addirittura alcune condizioni che ne determinano la sopravvivenza e implicando sia l’armonizzazione delle
discipline nazionali delle norme per lo svolgimento del servizio pubblico, sia la valutazione sulle basi che danno vita e supportano alcune scelte di servizio pubblico.
Questo non significa che viene messa in discussione la sopravvivenza dello Stato come servizio pubblico radiotelevisivo, ma che la sua disciplina legislativa è influenzata, e per alcuni versi condizionata, da un organo superiore che ha contribuito a creare e che modifica il centro nevralgico
della sua mission come servizio pubblico.
Come anticipato sopra (cfr. cap. 1, par. 1), dagli anni Novanta in poi, si è sviluppata una nuova realtà televisiva, diretta concorrente del servizio pubblico, che sfrutta, però, un nuovo canale di trasmissione già adoperato nel campo delle telecomunicazioni: il satellite. In paesi come la Spagna e l’Italia è stata una scelta obbligata, trattandosi dell’unico spazio nel quale far confluire gran parte dell’iniziativa privata, assicurando la copertura a quelle emittenti che, seppur dalle modeste dimensioni, si rivolgono ad un tipo di utenza non locale. «Il satellite è stato il motore trainate di questo processo di diffusione illimitata, determinando molto più del cavo lo sviluppo e l’affermazione di tali modelli televisivi».
Naturalmente, quando si è passato ad un tipo di fruizione televisiva a pagamento, è stato necessario offrire un contenuto in più, che la differenziasse dalla tv generalista a cui in principio si ispirava, tale da soddisfare l’utente che, abituato ad un tipo di offerta all free, è restio a pagare per vedere un prodotto medio.
Diventa chiaro, allora, come la strada verso la specializzazione dell’offerta sia stata l’unica da seguire, trattando dei generi tra i più appetibili nella Tv generalista, ma che in essa trovano comunque poco spazio. La Tv a pagamento si presenta come un prodotto totalmente complementare rispetto alle altre offerte televisive, costruendo il proprio prodotto user centre e guardando ad un profilo di utenza fortemente motivata, disposta a pagare e poco soddisfatta dalla dieta mediatica generalista. I contenuti sono mirati e sono scelti tra quelli che hanno maggior appeal nella Tv generalista (film, sport, kid channel) o tra quegli argomenti più particolari, ma che permettono di attrarre una fetta di audience emarginata dall’offerta tradizionale (Teatro, cultura, informazione specializzata).
La pay-tv si è caratterizzata per una programmazione a utilità ripetuta, come nel caso del cinema, complementare alla programmazione a utilità immediata tipica della tv generalista della quale fanno parte i grandi eventi in diretta o programmi e rubriche informative. Il tipo di organizzazione nuova delle tv a pagamento sfrutta il fatto che, una volta acquisiti i diritti di un film o di un evento, questo possa essere riproposto più volte, permettendo una fruizione più ampia e comoda possibile: un primo passo verso la rottura dei vincoli di palinsesto a cui ci aveva abituati la tv generalista e verso la personalizzazione della fruizione dei contenuti televisivi.

Questa nuova forma di programmazione tematica mostra che:

  • È necessaria una riconsiderazione delle fasce notturne e mattutine ignorate dalla programmazione tradizionale del consumo televisivo non solo festivo, ma anche feriale e quotidiano.
  • La quotidianità scandisce i tempi della programmazione tv, non viceversa.
  • Si è generato un nuovo tipo di spettatore: non è più un soggetto passivo da educare, ma fa parte di un’audience da fidelizzare e conquistare.
  • La fidelizzazione avviene mediante un’offerta di consumo in tutto e per tutto strutturata sulle necessità del consumatore e tende, di
    conseguenza, verso una progressiva personalizzazione e specializzazione del prodotto.

Il consumatore televisivo ha modo di operare una prima selezione e organizzazione personale dei contenuti, avendo a disposizione un carniere di prodotti più ampio e differenziato, a sua disposizione più volte (a intervalli) nell’arco della giornata. Naturalmente, ancora siamo lontani da una televisione su misura, ma è un passo che implica un profondo rinnovamento del concetto di fruizione e di logica di produzione. Emerge il ruolo decisivo dell’utente a cui è destinato un riguardo che, rispetto al periodo precedente, stravolge ogni strategia di comunicazione.
Ricoprendo un ruolo cosi tattico per le nuove tv a pagamento, le nuove emittenti devono consentirgli di ricevere un’adeguata assistenza sia tecnica che pratica, in virtù di un rapporto bidirezionale che all’utente è stato assicurato come contropartita della fiducia dimostrata con l’abbonamento.
tal fine, l’emittente propone un call centre service, che rientra in un più ampio customer service, con l’obiettivo di favorire nel miglior modo possibile l’interazione tra utente e network stessa.
Contemporaneamente si è arrivati ad un altro tipo di televisione, più tradizionale nelle logiche di produzione del contenuto, rimanendo legata a contenuti di stampo generalista, ma innovativa nelle tecniche e nella pratica di trasmissione, se non altro perché il tipo di segnale trasmesso non è più di tipo analogico ma numerico. «La televisione digitale terrestre costituisce un passaggio fondamentale nello sviluppo delle nuove tecnologie di trasmissione in quanto rappresenta la tappa principale del processo di transizione da sistemi rigidi di radiodiffusione, con segnali televisivi analogici, a sistemi flessibili di radiodiffusione con segnali e servizi radiotelevisivi e multimediali digitali, anche interattivi».
Negli ultimi anni la tendenza è stata quella di una progressiva targettizzazione dell’audience e la rottura definitiva dei vincoli di palinsesto che, con le nuove tecnologie di Near Video on Demand e Video on Demand, ha raggiunto il suo apice.
Le reti terrestri, a differenza del cavo - limitate al territorio densamente popolato - e delle reti satellitari, la cui ricezione avviene solo con una parabola regolata e priva di ostacoli, garantiscono potenzialmente un accesso universale al servizio e la copertura totale il territorio.
Naturalmente, è difficile stabilire quanto questo tipo di tecnologia possa “vampirizzare” le altre, avendo, ricordiamo, un’offerta per il momento di taglio generalista. Sarebbe allora più produttivo pensare ad una convivenza pacifica più che ad una concorrenza spietata tra le varie forme di trasmissione.

 

 

 

 

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