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La battaglia per l’utilizzo di
programmi di files sharing infiamma e divide il mondo
digitale.
Gli ingredienti ci sono tutti: grossi interessi economici
da parte dei vari detentori dello sfruttamento dei diritti,
volontà di tutelarsi delle compagnie telefoniche
tramite i filtri P2P, utenti contrari ad ogni forma
di limitazione dell’utilizzo della rete in nome della
Net neutrality, legislatori alle prese con il grande
tema della difesa dei dati personali degli utenti.
Diverse le posizioni dei paesi
occidentali nei confronti del P2P. È nota la
tolleranza zero negli Stati Uniti, dove gli ISP utilizzano
filtri al P2P e dove è in atto un giro di vite
sul fronte della lotta alla pirateria con l’utilizzo
di tecniche di identificazione digitale a livello di
rete.
In Francia il Presidente Nicolas Sarkozy ha definito
il peer to peer il nuovo Far West digitale e ha dato
il via alla lotta alla pirateria con la collaborazione
tra i produttori di contenuti e i provider tramite il
discusso utilizzo dei filtri applicati dagli ISP.
La proposta è piaciuta in Italia all’Aiip, l'Associazione
Italiana Internet Provider che ha visto nel patto antipirateria
alla francese un ruolo di ponte per i provider tra utenti
e detentori dei diritti. Infatti il ruolo degli ISP
prevedrebbe l’invio di messaggi di allerta dissuasivi
spediti agli utenti che scaricano file coperti da copyright
illegalmente.
Ma in Italia il panorama è
controverso. È di luglio la sentenza del tribunale
di Roma che ha respinto i ricorsi della casa discografica
Peppermint contro Telecom e Wind per ottenere i nomi
degli utenti, accusati di file sharing illegale. Ed
è di fine gennaio la richiesta di archiviazione
per un provvedimento contro ignoti a sostegno della
“complicità” di alcuni siti italiani di informazione
sul peer to peer: www.beashare.com, www.emuleitalia.net,
www.bittorrent.com; la sentenza del Gip di Roma scagiona
i siti italiani che fornirebbero solo informazioni sull’utilizzo
del peer to peer non commettendo quindi reato.
Va detto però che la legge Urbani considera reato
scaricare file coperti da copyright, reato civile ma
anche penale.
L’ultimo episodio giuridico rilevante
sull'argomento è di questi giorni e vede protagonista
l’Unione Europea.
La Corte europea di Giustizia si è espressa a
favore della riservatezza sui nominativi di chi effettua
il file sharing, osservando che gli stati membri possono
decidere di non divulgare dati personali, anche in presenza
di un dibattimento civile. La tutela del copyright non
può quindi essere anteposta alla protezione dei
dati personali. Contestualmente però la sentenza
prevede che i singoli paesi Ue possano mettere a punto
normative più rigide per regolare il fenomeno
della pirateria online e per ottenere i nomi relativi
agli IP che svolgono tale attività.
Sembrerebbe quindi che la UE voglia sì sottolineare
il valore inviolabile del diritto alla tutela della
privacy, ma che in mancanza di una legislazione ad hoc
rimandi la soluzione del problema alle volontà
politiche e giuridiche dei singoli stati. Una presa
di posizione alla Ponzio Pilato che, come giustamente
osserva il Punto informatico, apre la via ad eventuali
soluzioni nazionali restrittive di quel diritto difeso
in linea di principio.
Personalmente sono contraria alla
discriminazione dei contenuti/servizi di qualunque utente
e dell’utilizzo che si possa e si voglia fare del P2P
o di qualunque altra applicazione Internet. ll problema
non è il mezzo, ma l’uso che ne viene fatto.
La soluzione al problema dell’utilizzo
illegale dei contenuti coperti da Copyright non è
nel filtrare, controllare e mappare gli utenti della
rete, che necessariamente deve rimanere una realtà
libera, neutrale e pluralista, ma lavorare sul potenziamento
e sviluppo dei principi di libero scambio.
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